...dev'esserci un'isola più a sud, un altro mare che nuota in altro blu...
martedì 31 agosto 2010
lunedì 30 agosto 2010
30 Agosto
Cose non dette
le tasche di un pensiero
La sabbia umida della sera
sulle passerelle di legno
il buio all'orizzonte
il sale nell'aria
lucine tremolanti
Stelle appena accese
la fine dell'estate
un amore che ritorna
la scia d'un profumo
L'idea d'un viaggio
un fiore regalato
una bottiglia di vino
una voce
un ricordo
Una lettera
Una scatola di matite
le tasche di un pensiero
La sabbia umida della sera
sulle passerelle di legno
il buio all'orizzonte
il sale nell'aria
lucine tremolanti
Stelle appena accese
la fine dell'estate
un amore che ritorna
la scia d'un profumo
L'idea d'un viaggio
un fiore regalato
una bottiglia di vino
una voce
un ricordo
Una lettera
Una scatola di matite
giovedì 26 agosto 2010
Crudele - Per favore non piangere
Per favore non piangere.
Sono sempre con te,
anche quando ti sembrerò così distante che stenterai a trovarmi.
Perchè ti sono dentro
in quella maniera che solo tu conosci.
Per favore non piangere perchè ti amo
ed è solo perchè ti amo
che me ne vado.
Lascia che suoni ancora quella canzone che adesso ti strugge l'anima.
Per favore non piangere.
Adesso che la nebbia cala sul mare piatto
adesso che è sera
adesso che
adesso.
Per favore non piangere, sono sempre con te
ma è la classica bugia,
come un dolore chiuso a pugno,
acqua e sabbia che scivolano via.
Quando ti sembrerà così vero che ormai non ci sono
perchè è da tempo
che non ci siamo
scoprirai che non ti sono dentro
e non esiste nessuna maniera che solo tu conosci.
Per favore non piangere,
lascia che suoni ancora quella canzone
le parole che non ho mai imparato
le parole che non ho trovato
la menzogna che ho inventato
Ma per favore non piangere.
Sono sempre con te,
anche quando ti sembrerò così distante che stenterai a trovarmi.
Perchè ti sono dentro
in quella maniera che solo tu conosci.
Per favore non piangere perchè ti amo
ed è solo perchè ti amo
che me ne vado.
Lascia che suoni ancora quella canzone che adesso ti strugge l'anima.
Per favore non piangere.
Adesso che la nebbia cala sul mare piatto
adesso che è sera
adesso che
adesso.
Per favore non piangere, sono sempre con te
ma è la classica bugia,
come un dolore chiuso a pugno,
acqua e sabbia che scivolano via.
Quando ti sembrerà così vero che ormai non ci sono
perchè è da tempo
che non ci siamo
scoprirai che non ti sono dentro
e non esiste nessuna maniera che solo tu conosci.
Per favore non piangere,
lascia che suoni ancora quella canzone
le parole che non ho mai imparato
le parole che non ho trovato
la menzogna che ho inventato
Ma per favore non piangere.
martedì 24 agosto 2010
giovedì 19 agosto 2010
lunedì 16 agosto 2010
domenica 15 agosto 2010
sabato 14 agosto 2010
venerdì 13 agosto 2010
giovedì 12 agosto 2010
martedì 3 agosto 2010
Le diceva sempre
Ti amo quando chiudi gli occhi ed io scompaio dentro di te.
Ma ti odio quando li apri e fai come me.
lunedì 2 agosto 2010
giovedì 29 luglio 2010
Scusami
Scusami
se ti ferisco
quando non capisco
che sarebbe meglio evitare
di straparlare
raccontare
come fossi l'amica del cuore.
Scusami
se non comprendo
e alla fine ti offendo
magari non volendo
semplicemente dicendo.
Ma chiederti scusa
non vuol dire fabbricare una scusa
e saperti confusa
mi sorprende
perchè in fin dei conti non ho mai mentito.
Divertito,
cambiato,
fantasticato,
ma mentito mai.
Sono così,
come tu non mi vuoi,
ma così,
come tu vorresti che fossi tuo.
E allora adesso mi allontano,
non scrivo più e tantomeno ti chiamo.
Chiudo la porta che sai resterà comunque aperta
ricomincio la scoperta
alla ricerca
di quello che non ho,
e che amerò quel poco,
o quel tanto finchè l'avrò.
Dopo di che ricomincerò.
Perchè non ho pace
e forse è questo che mi sopravvive,
è questo che mi piace.
Superficiale banale scontato codardo bastardo
come preferisci
io non m'offendo
casomai mi difendo.
Ma non t'importerà...
se ti ferisco
quando non capisco
che sarebbe meglio evitare
di straparlare
raccontare
come fossi l'amica del cuore.
Scusami
se non comprendo
e alla fine ti offendo
magari non volendo
semplicemente dicendo.
Ma chiederti scusa
non vuol dire fabbricare una scusa
e saperti confusa
mi sorprende
perchè in fin dei conti non ho mai mentito.
Divertito,
cambiato,
fantasticato,
ma mentito mai.
Sono così,
come tu non mi vuoi,
ma così,
come tu vorresti che fossi tuo.
E allora adesso mi allontano,
non scrivo più e tantomeno ti chiamo.
Chiudo la porta che sai resterà comunque aperta
ricomincio la scoperta
alla ricerca
di quello che non ho,
e che amerò quel poco,
o quel tanto finchè l'avrò.
Dopo di che ricomincerò.
Perchè non ho pace
e forse è questo che mi sopravvive,
è questo che mi piace.
Superficiale banale scontato codardo bastardo
come preferisci
io non m'offendo
casomai mi difendo.
Ma non t'importerà...
mercoledì 28 luglio 2010
sabato 24 luglio 2010
Le onde sono maestose e pericolose.
Ma troppo affascinanti.
Troppo invitanti.
Stai attento...
Sorrido e mi lascio sommergere da spuma e corrente.
Poi mi viene un'idea: se M. sale sulla piccola tavola lo trasporto correndo sul rettilineo lungo della bianca spiaggia,
Ma troppo affascinanti.
Troppo invitanti.
Stai attento...
Sorrido e mi lascio sommergere da spuma e corrente.
Poi mi viene un'idea: se M. sale sulla piccola tavola lo trasporto correndo sul rettilineo lungo della bianca spiaggia,
lì dove l'acqua si lascia morire,
il divertimento è assicurato.
Corro forte almeno dieci volte su e giù.
il divertimento è assicurato.
Corro forte almeno dieci volte su e giù.
M. ride come un matto quando viene scalzato da ondine veementi.
Prendo fiato.
Adesso tocca a me.
Nuoto con la piccola tavola legata al polso destro.
La corrente è forte ma spinge verso la costa non al largo.
Mi allontano una ventina di metri con qualche sforzo.
Attendo la mia piccola grande nave.
Salgo sulla pancia dell'uomo ragno e la guardo nascere a due metri da me.
S'ingrossa e mi cattura.
Ci salgo sopra e non esisto più: tutto è cielo e mare e sabbia e amore.
Prendo fiato.
Adesso tocca a me.
Nuoto con la piccola tavola legata al polso destro.
La corrente è forte ma spinge verso la costa non al largo.
Mi allontano una ventina di metri con qualche sforzo.
Attendo la mia piccola grande nave.
Salgo sulla pancia dell'uomo ragno e la guardo nascere a due metri da me.
S'ingrossa e mi cattura.
Ci salgo sopra e non esisto più: tutto è cielo e mare e sabbia e amore.
giovedì 22 luglio 2010
mercoledì 21 luglio 2010
martedì 20 luglio 2010
Ieri
Incanti di azzurro cielo,
piccole onde gentili come carezze.
Dove sono le tue mani adesso?
Bramo un sorriso, uno ancora.
Ti amo piangendo in silenzio e ti cerco.
Perlustrazioni vane di una mente folle di dolore.
Gocce d'amore
su sonni vinti,
piccola di fronte
al gesto tuo più piccolo.
Signora, mia madre.
Angelo accanto ad angeli.
piccole onde gentili come carezze.
Dove sono le tue mani adesso?
Bramo un sorriso, uno ancora.
Ti amo piangendo in silenzio e ti cerco.
Perlustrazioni vane di una mente folle di dolore.
Gocce d'amore
su sonni vinti,
piccola di fronte
al gesto tuo più piccolo.
Signora, mia madre.
Angelo accanto ad angeli.
lunedì 19 luglio 2010
giovedì 1 luglio 2010
mercoledì 30 giugno 2010
martedì 29 giugno 2010
sabato 26 giugno 2010
giovedì 24 giugno 2010
mercoledì 23 giugno 2010
senza titolo
Mentre sto facendo le cose più normali, ad esempio lavando i piatti, come stasera, senza un motivo particolare mi viene da vomitare.
Poi mi manca il respiro e lo stomaco mi si fa piccolo.
Perché lei si sente soffocare.
Perché lei non riesce a respirare.
Perché lei non puó chiamare.
Allora vado in ospedale col cuore che pompa troppo veloce.
Cammino con le mani in tasca e collego la puzza all'umido: mi sono pisciato sotto.
La dottoressa sta ancora là. Appena mi vede si siede sulla scrivania poggiando una parte del suo culo.
Mi dice sempre la stessa cosa: sua madre è giunta cadavere.
Non riesco a respirare. Non riesco a capire.
Poi mi manca il respiro e lo stomaco mi si fa piccolo.
Perché lei si sente soffocare.
Perché lei non riesce a respirare.
Perché lei non puó chiamare.
Allora vado in ospedale col cuore che pompa troppo veloce.
Cammino con le mani in tasca e collego la puzza all'umido: mi sono pisciato sotto.
La dottoressa sta ancora là. Appena mi vede si siede sulla scrivania poggiando una parte del suo culo.
Mi dice sempre la stessa cosa: sua madre è giunta cadavere.
Non riesco a respirare. Non riesco a capire.
sabato 19 giugno 2010
detto mai
Piccole pezze di cielo,
fessure di vita:
morirei per un tuo sguardo adesso,
uno ancora.
Una carezza sul ginocchio e mi dicevi
come va?
Il mondo spariva, eravamo io e te.
Quelle mattine a parlare,
soffi di parole a disegnare i sogni.
Il profumo del mirto, i canti ripetuti.
Ed io cieco pensavo al mare.
Poco prima ti scrissi una lettera.
E' ancora lì in una cartella sospesa.
Mai più avuto il coraggio di aprirla.
E mai più avrò la forza di aprirmi.
Ricordi le colazioni sulla grande terrazza, lo sguardo perso nella scia dei delfini?
Parlavi sempre troppo per me.
Ti ascoltavo sempre troppo poco.
Ti avevo scritto di quanto fosse stato difficile : era solo apparenza ma tutto l'amore che mi donavi tornava allo specchio.
Davvero.
Sempre.
Ti avevo scritto della nostra ultima stagione assieme,
la salute che cambiava,
le distanze che si facevano impietose.
Io correvo e tu arrancavi.
Ti avevo scritto di tutte quelle volte che mi pareva d'averti accanto mentre invece eri a casa.
Un pomeriggio di ottobre pioveva a dirotto ma volli correre.
La stessa strada di sempre lungo la pineta.
Un salto qua e la tra le pozzanghere della strada allagata.
La scuola di mio figlio.
Il tuo amore smisurato.
Poi il grande rettilineo fino al porto e finalmente il mare.
Non il nostro.
Correvo furioso, senza un motivo particolare.
Era la pioggia che donava energia.
O solo che doveva essere.
Ho sentito chiamarmi.
Fermati, non ce la faccio più: camminiamo.
Ho pensato d'essere magicamente pazzo.
Si, dai, camminiamo, hai detto.
Voglio parlarti.
Allora si che il cuore è impazzito.
Tu mi parlavi, c'era il mare, grigio tempesta nel cielo livido, ma tu non c'eri.
Io sto andando, ormai.
fessure di vita:
morirei per un tuo sguardo adesso,
uno ancora.
Una carezza sul ginocchio e mi dicevi
come va?
Il mondo spariva, eravamo io e te.
Quelle mattine a parlare,
soffi di parole a disegnare i sogni.
Il profumo del mirto, i canti ripetuti.
Ed io cieco pensavo al mare.
Poco prima ti scrissi una lettera.
E' ancora lì in una cartella sospesa.
Mai più avuto il coraggio di aprirla.
E mai più avrò la forza di aprirmi.
Ricordi le colazioni sulla grande terrazza, lo sguardo perso nella scia dei delfini?
Parlavi sempre troppo per me.
Ti ascoltavo sempre troppo poco.
Ti avevo scritto di quanto fosse stato difficile : era solo apparenza ma tutto l'amore che mi donavi tornava allo specchio.
Davvero.
Sempre.
Ti avevo scritto della nostra ultima stagione assieme,
la salute che cambiava,
le distanze che si facevano impietose.
Io correvo e tu arrancavi.
Ti avevo scritto di tutte quelle volte che mi pareva d'averti accanto mentre invece eri a casa.
Un pomeriggio di ottobre pioveva a dirotto ma volli correre.
La stessa strada di sempre lungo la pineta.
Un salto qua e la tra le pozzanghere della strada allagata.
La scuola di mio figlio.
Il tuo amore smisurato.
Poi il grande rettilineo fino al porto e finalmente il mare.
Non il nostro.
Correvo furioso, senza un motivo particolare.
Era la pioggia che donava energia.
O solo che doveva essere.
Ho sentito chiamarmi.
Fermati, non ce la faccio più: camminiamo.
Ho pensato d'essere magicamente pazzo.
Si, dai, camminiamo, hai detto.
Voglio parlarti.
Allora si che il cuore è impazzito.
Tu mi parlavi, c'era il mare, grigio tempesta nel cielo livido, ma tu non c'eri.
Io sto andando, ormai.
martedì 15 giugno 2010
a f a
nella dolciastra afa del quindici giugno
giorno un giorno gioioso
il vento muoveva
con lingue acide di tempi diversi
polvere oppressa
su asfalti di gocce macchiati
altri respiri, altra aria,
altre persone, altri mondi
lei disse
pesante come una minaccia
triste come una minaccia fiacca
di chi parli le rispose
del mio o del tuo
cuore?
senza clemenza stille di sudore su fronti corrucciate
il mare fermo ed amaro
amare è amaro
amaro non ferire volendolo fare
occhi verdi, occhi verdi, soltanto le disse
non guardarmi così
che ti farai male
e non toccarmi furtiva col braccio cercando
un approdo che ancora non c'è
ancora era ieri
temere era ieri
cercare era ieri
l'aria pesante restò in attesa
l'attesa pesante schiacciò la premura
vedremo si dissero
e lei sapeva già
giorno un giorno gioioso
il vento muoveva
con lingue acide di tempi diversi
polvere oppressa
su asfalti di gocce macchiati
altri respiri, altra aria,
altre persone, altri mondi
lei disse
pesante come una minaccia
triste come una minaccia fiacca
di chi parli le rispose
del mio o del tuo
cuore?
senza clemenza stille di sudore su fronti corrucciate
il mare fermo ed amaro
amare è amaro
amaro non ferire volendolo fare
occhi verdi, occhi verdi, soltanto le disse
non guardarmi così
che ti farai male
e non toccarmi furtiva col braccio cercando
un approdo che ancora non c'è
ancora era ieri
temere era ieri
cercare era ieri
l'aria pesante restò in attesa
l'attesa pesante schiacciò la premura
vedremo si dissero
e lei sapeva già
sabato 12 giugno 2010
L'altro ieri
Mi piace ascoltare la tua voce
lo scandire delle sillabe
ed i suoni che produce
Mi piace anche quando non dici
il semplice respiro
il vuoto di una pausa
l'aspettattiva che sussegue
Mi piace immaginarti seduta
o indaffarata
il ferro da stiro ed il vapore
Mi piace saperti viva
sangue
crosta
e cicatrice
che non t'arrendi
e che parti
Acqua di mare che disinfetta
promessa di conchiglie
o piccoli sassi
Mi piace guardarlo coi tuoi occhi
il vaso che si riempie
il biglietto di ritorno
Mi piace non sapere
lo scandire delle sillabe
ed i suoni che produce
Mi piace anche quando non dici
il semplice respiro
il vuoto di una pausa
l'aspettattiva che sussegue
Mi piace immaginarti seduta
o indaffarata
il ferro da stiro ed il vapore
Mi piace saperti viva
sangue
crosta
e cicatrice
che non t'arrendi
e che parti
Acqua di mare che disinfetta
promessa di conchiglie
o piccoli sassi
Mi piace guardarlo coi tuoi occhi
il vaso che si riempie
il biglietto di ritorno
Mi piace non sapere
Mi piace la tua voce
giovedì 10 giugno 2010
sabato 5 giugno 2010
giovedì 3 giugno 2010
mercoledì 2 giugno 2010
martedì 1 giugno 2010
lunedì 31 maggio 2010
sabato 29 maggio 2010
giovedì 27 maggio 2010
Non esiste
L'amicizia passa attraverso il dolore che provoca l'amore negato.
Da una parte o dall'altra.
Non esiste amicizia tra un uomo ed una donna.
martedì 25 maggio 2010
La sostanza
lunedì 24 maggio 2010
Chiuso
Chiuso per stress,
chiuso per stanchezza,
chiuso per sonno,
chiuso per fame.
Chiuso per ferie,
chiuso per malattia,
chiuso perchè so cazzi mia.
Chiuso per mancanza di fondi,
chiuso per mancanza di pazienza,
chiuso per mancanza. Punto.
Chiuso per oltrepassato limite.
Chiuso perchè non sono una banca,
chiuso, chiuso, chiuso.
Come cristo comanda.
chiuso per stanchezza,
chiuso per sonno,
chiuso per fame.
Chiuso per ferie,
chiuso per malattia,
chiuso perchè so cazzi mia.
Chiuso per mancanza di fondi,
chiuso per mancanza di pazienza,
chiuso per mancanza. Punto.
Chiuso per oltrepassato limite.
Chiuso perchè non sono una banca,
chiuso, chiuso, chiuso.
Come cristo comanda.
mercoledì 19 maggio 2010
Come stai?
Buongiorno, come va?
Bene grazie e lei? D'un fiato.
E uno.
Buongiorno, come sta?
Bene grazie e lei? D'un fiato.
E due.
Ciao, come stai?
Bene grazie te? D'un fiato.
E tre.
Ciao, allora che dici? Come va?
E quattro.
No aspetta, una domanda: ma a te che cazzo te ne frega di come mi va?
O meglio, solo un secondo che mi spiego:
a te, te frega qualcosa di come sto?
L'amica che tanto amica non è rimane di sale.
Me sa che non stai bene, farfuglia, logicamente in difficoltà.
Anche se non è colpa sua.
Lo vuoi un caffè?
Salve Massimiliano, come sta?
E cinque.
Signora, salve: ma perchè non si fa i cazzi suoi?
Sto male, embè? Non guarisco, embè?
Nun me passa e allora? Ma perchè a lei je ne frega qualcosa de come sto?
Me sento male, nun dormo, me rode er culo da mattina a sera: ecco come sto.
La signora strizza gli occhi e pensa di vivere un sogno.
Oppure voleva- come tutti- solamente salutare?
Allora si dice semplicemente buongiorno o buonasera, basta guardare un attimo prima se c'è il sole o no.
Bene grazie e lei? D'un fiato.
E uno.
Buongiorno, come sta?
Bene grazie e lei? D'un fiato.
E due.
Ciao, come stai?
Bene grazie te? D'un fiato.
E tre.
Ciao, allora che dici? Come va?
E quattro.
No aspetta, una domanda: ma a te che cazzo te ne frega di come mi va?
O meglio, solo un secondo che mi spiego:
a te, te frega qualcosa di come sto?
L'amica che tanto amica non è rimane di sale.
Me sa che non stai bene, farfuglia, logicamente in difficoltà.
Anche se non è colpa sua.
Lo vuoi un caffè?
Salve Massimiliano, come sta?
E cinque.
Signora, salve: ma perchè non si fa i cazzi suoi?
Sto male, embè? Non guarisco, embè?
Nun me passa e allora? Ma perchè a lei je ne frega qualcosa de come sto?
Me sento male, nun dormo, me rode er culo da mattina a sera: ecco come sto.
La signora strizza gli occhi e pensa di vivere un sogno.
Oppure voleva- come tutti- solamente salutare?
Allora si dice semplicemente buongiorno o buonasera, basta guardare un attimo prima se c'è il sole o no.
domenica 16 maggio 2010
mercoledì 12 maggio 2010
Ma se lo annacqui...
caffè, caffè, caffè, serve del caffè
per pensare
per stare svegli
per non pensare a te.
O per pensare meglio
cercando di stare meglio
perchè se non sbaglio
mi fa stare male
pensare
che mi fai ancora
stare male.
Serve del caffè
perchè se mi sveglio alle quattro
e non connetto
divento matto
matto più o meno come non vederti
o vederti meno
o per niente
adesso che sei presente
più di sempre
Parole, parole, parole
servono parole per cercare
di spiegare
ma c'è poco da capire.
E allora affanculo il caffè
smetto di riempirmi di domande
e corro da te.
per pensare
per stare svegli
per non pensare a te.
O per pensare meglio
cercando di stare meglio
perchè se non sbaglio
mi fa stare male
pensare
che mi fai ancora
stare male.
Serve del caffè
perchè se mi sveglio alle quattro
e non connetto
divento matto
matto più o meno come non vederti
o vederti meno
o per niente
adesso che sei presente
più di sempre
Parole, parole, parole
servono parole per cercare
di spiegare
ma c'è poco da capire.
E allora affanculo il caffè
smetto di riempirmi di domande
e corro da te.
martedì 11 maggio 2010
Risotto
Chiudendo rapidamente la conversazione hai detto ci sentiamo con più calma.
Ho pensato a quando sarebbe stato, tra un millennio o due. Ho pensato alle sporadiche letterine, alle parche parole.
Poi, dal vento e dalle nuvole basse, dal grigio e dal nero, sono comparsi gli occhi.
Non disturbi, affatto.
Cerchiati di rosso, come chi deve piangere ma non può.
Come chi è solo ma non può ammetterlo.
Suona il telefono.
Mancano dieci minuti alle nove.
Ho cenato senza gusto. La borsa è sul letto, cinquanta mila lire nel portafogli.
E' per te, mi fa mia sorella.
Avvicino la cornetta all'orecchio paventando tre o quattro ipotesi.
Sei tu.
Imposto una voce arrabbiata.
Dolcemente invece mi dici che hai saputo che domani parto.
Per la verità è stasera. La tradotta di mezzanotte.
Rimaniamo sospesi in silenzio. Una promessa di chiarimento, un arrivederci a fra un mese.
Destinazione permettendo.
Ci metto del tempo prima di poterlo fare: una telefonata, una chiave, un problema, una battuta col pilota, un'altra telefonata.
Finalmente giro il bancone e ti abbraccio.
Dopo venti anni o venti anni dopo.
Non c'è più madame rochas ed il mare è solo una massa indistinta dietro cubi di bianco cemento.
Ho paura a stringerti troppo in balia dei flutti così come mi appari.
Allora?
Sospiri.
Dobbiamo tranciare questa difficoltà iniziale di comunicazione.
Come se servisse un altro abbraccio. Come se non servisse parlare.
Ci pensi tu a rompere l'equilibrio degli sguardi sopra il silenzio.
Ti lanci in spiegazioni tecniche percorrendo l'iter della scoperta.
Ci deve essere un motivo dici.
Che fai, ti ho ammutolito?
Entro in macchina, seduto dietro, nella ipsilon dieci rossa di Carmine.
Accanto a lui c'è Stefano.
Dal finestrino abbassato dieci centimetri aria di neve.
Nella vena della tempia pulsa la speranza.
Quando torni ne parliamo. Un mese vola via.
Il binario, i saluti, gli zaini, le lacrime, una canzone conosciuta.
Non riesco a tirare fuori parole di significato.
Ci sono migliaia di fosse di non conoscenza ad ogni passo.
Le difese immunitarie, il cuore che si perde il cervello assai più veloce, le colpe che ti dai, la delusione che disegni con tutte le parole che dici o sussurri soltanto.
Ti guardo le mani che non riconosco, i piedi che non ricordo.
Dentro l'incapacità di darti ragione.
Seduto, la schiena dritta, la borsa sulle ginocchia, realizzo: il tempo c'era, dovevo passare.
Il tempo c'era, dovevo abbracciarti, una volta per tutte.
-Adesso vado via che ho fame.
-Che ti prepari?
-Risotto, io adoro il risotto: risotto parmigiano e stracchino.
Però prima ti abbraccio che ne ho voglia.
Ho pensato a quando sarebbe stato, tra un millennio o due. Ho pensato alle sporadiche letterine, alle parche parole.
Poi, dal vento e dalle nuvole basse, dal grigio e dal nero, sono comparsi gli occhi.
Non disturbi, affatto.
Cerchiati di rosso, come chi deve piangere ma non può.
Come chi è solo ma non può ammetterlo.
Suona il telefono.
Mancano dieci minuti alle nove.
Ho cenato senza gusto. La borsa è sul letto, cinquanta mila lire nel portafogli.
E' per te, mi fa mia sorella.
Avvicino la cornetta all'orecchio paventando tre o quattro ipotesi.
Sei tu.
Imposto una voce arrabbiata.
Dolcemente invece mi dici che hai saputo che domani parto.
Per la verità è stasera. La tradotta di mezzanotte.
Rimaniamo sospesi in silenzio. Una promessa di chiarimento, un arrivederci a fra un mese.
Destinazione permettendo.
Ci metto del tempo prima di poterlo fare: una telefonata, una chiave, un problema, una battuta col pilota, un'altra telefonata.
Finalmente giro il bancone e ti abbraccio.
Dopo venti anni o venti anni dopo.
Non c'è più madame rochas ed il mare è solo una massa indistinta dietro cubi di bianco cemento.
Ho paura a stringerti troppo in balia dei flutti così come mi appari.
Allora?
Sospiri.
Dobbiamo tranciare questa difficoltà iniziale di comunicazione.
Come se servisse un altro abbraccio. Come se non servisse parlare.
Ci pensi tu a rompere l'equilibrio degli sguardi sopra il silenzio.
Ti lanci in spiegazioni tecniche percorrendo l'iter della scoperta.
Ci deve essere un motivo dici.
Che fai, ti ho ammutolito?
Entro in macchina, seduto dietro, nella ipsilon dieci rossa di Carmine.
Accanto a lui c'è Stefano.
Dal finestrino abbassato dieci centimetri aria di neve.
Nella vena della tempia pulsa la speranza.
Quando torni ne parliamo. Un mese vola via.
Il binario, i saluti, gli zaini, le lacrime, una canzone conosciuta.
Non riesco a tirare fuori parole di significato.
Ci sono migliaia di fosse di non conoscenza ad ogni passo.
Le difese immunitarie, il cuore che si perde il cervello assai più veloce, le colpe che ti dai, la delusione che disegni con tutte le parole che dici o sussurri soltanto.
Ti guardo le mani che non riconosco, i piedi che non ricordo.
Dentro l'incapacità di darti ragione.
Seduto, la schiena dritta, la borsa sulle ginocchia, realizzo: il tempo c'era, dovevo passare.
Il tempo c'era, dovevo abbracciarti, una volta per tutte.
-Adesso vado via che ho fame.
-Che ti prepari?
-Risotto, io adoro il risotto: risotto parmigiano e stracchino.
Però prima ti abbraccio che ne ho voglia.
domenica 9 maggio 2010
Non farmi male
Mi hai detto accompagnami a fare la spesa.
Ho fatto si con la testa.
Muti, io dietro come un segugio.
Rapidi volteggi tra scaffali imbanditi: le uova, la scadenza, il latte, la scadenza, il prosciutto, la scadenza.
Perchè non lo prendi fresco?
Troppa fila.
Si, ma è più buono.
Non hai risposto.
I biscotti, quelli no che non si sciolgono nel latte.
Intanto mi carezzavo i capelli io.
Ti guardavo il culo ogni tanto.
Avevi una certa dimestichezza interessata, come se ti piacesse leggere le informazioni sul retro delle confezioni.
Ma non badavi ai prezzi.
Guarda che il tonno è in offerta.
Si, ma questo è più tenero.
Parti invertite.
Senza volerlo ho poggiato la mano sulla tua: cercavamo la stessa marmellata di more sullo stesso scaffale nello stesso momento.
E' stato un brivido.
Allora ho preso il carrello e camminato verso il banco frigo: ancora freddo.
Sei arrivato e mentre afferravo il cartone mi hai sfiorato la mano: quello della centrale è più buono.
Ho arrotolato di nuovo i capelli tra le mani.
Alle casse c'era coda. Hai scelto quella che a me sembrava più lunga.
Hai preso il telefono e senza degnarmi cominciato a scrivere.
Io vedevo solo la lucina rossa lampeggiare.
Caruccio che sei, ti ho detto infastidita.
Hai sorriso.
Quel malinconico tenero dolce bastardo modo di sorridere che hai.
La cassiera era lenta, ma carina.
Ho avuto l'impressione che trattenesse la mano nel restituirti la carta.
Aveva lunghi capelli ricci legati in una treccia ampia.
Ho pensato alle doppie punte.
Ho riempito le buste in maniera ordinata come piace a me.
Mi hai guardata come a dire che non c'era bisogno.
Oltre la porta scorrevole il vento di tramontava scuoteva la fila dei platani.
Che fai dopo?
Niente, ho detto insicura.
Allora accompagnami sù, poso le buste e scendo che devo ancora finire.
Non ho capito cosa ma t'ho seguito.
In ascensore, sopra i tasti, sopra la scritta del pronto intervento, un deodorante d'ambiente.
Hai poggiato la spesa per terra e premuto il cinque. Io mi sono schiacciata contro la lucida parete opposta.
Mentre il motore saliva ti sei avvicinato valicando subito il confine di sicurezza: la mano mi ha pettinato i capelli dietro la nuca e accolto il collo.
Ho aperto la bocca e chiuso gli occhi.
Mi hai baciato per venti secondi finchè l'ascensore s'assestava al piano.
La tua lingua sapeva di buono. Ma non di dentrificio. Come se avessi mangiato una merendina.
Io avevo appena finito l'ultima liquirizia.
Quando le porte si sono aperte hai fatto la seconda cosa che non mi aspettavo: spinto terra e baciato ancora.
Ti ho morso le labbra, stretto forte, tirato a me.
Al pian terreno hai pigiato di nuovo i tasti, a casaccio credo.
Messo l'altra mano sotto la camicia, dietro la schiena, e poi sotto, un centimetro dal proibito.
Un millimetro dall'infinito.
Ti baciavo lenta.
Ho pensato non fermarti, ma l'ascensore andava implacabile.
Mi hai guardato, sorriso, poi di nuovo guardato.
Ed io ferma.
Non farmi male, ho pensato.
Ho fatto si con la testa.
Muti, io dietro come un segugio.
Rapidi volteggi tra scaffali imbanditi: le uova, la scadenza, il latte, la scadenza, il prosciutto, la scadenza.
Perchè non lo prendi fresco?
Troppa fila.
Si, ma è più buono.
Non hai risposto.
I biscotti, quelli no che non si sciolgono nel latte.
Intanto mi carezzavo i capelli io.
Ti guardavo il culo ogni tanto.
Avevi una certa dimestichezza interessata, come se ti piacesse leggere le informazioni sul retro delle confezioni.
Ma non badavi ai prezzi.
Guarda che il tonno è in offerta.
Si, ma questo è più tenero.
Parti invertite.
Senza volerlo ho poggiato la mano sulla tua: cercavamo la stessa marmellata di more sullo stesso scaffale nello stesso momento.
E' stato un brivido.
Allora ho preso il carrello e camminato verso il banco frigo: ancora freddo.
Sei arrivato e mentre afferravo il cartone mi hai sfiorato la mano: quello della centrale è più buono.
Ho arrotolato di nuovo i capelli tra le mani.
Alle casse c'era coda. Hai scelto quella che a me sembrava più lunga.
Hai preso il telefono e senza degnarmi cominciato a scrivere.
Io vedevo solo la lucina rossa lampeggiare.
Caruccio che sei, ti ho detto infastidita.
Hai sorriso.
Quel malinconico tenero dolce bastardo modo di sorridere che hai.
La cassiera era lenta, ma carina.
Ho avuto l'impressione che trattenesse la mano nel restituirti la carta.
Aveva lunghi capelli ricci legati in una treccia ampia.
Ho pensato alle doppie punte.
Ho riempito le buste in maniera ordinata come piace a me.
Mi hai guardata come a dire che non c'era bisogno.
Oltre la porta scorrevole il vento di tramontava scuoteva la fila dei platani.
Che fai dopo?
Niente, ho detto insicura.
Allora accompagnami sù, poso le buste e scendo che devo ancora finire.
Non ho capito cosa ma t'ho seguito.
In ascensore, sopra i tasti, sopra la scritta del pronto intervento, un deodorante d'ambiente.
Hai poggiato la spesa per terra e premuto il cinque. Io mi sono schiacciata contro la lucida parete opposta.
Mentre il motore saliva ti sei avvicinato valicando subito il confine di sicurezza: la mano mi ha pettinato i capelli dietro la nuca e accolto il collo.
Ho aperto la bocca e chiuso gli occhi.
Mi hai baciato per venti secondi finchè l'ascensore s'assestava al piano.
La tua lingua sapeva di buono. Ma non di dentrificio. Come se avessi mangiato una merendina.
Io avevo appena finito l'ultima liquirizia.
Quando le porte si sono aperte hai fatto la seconda cosa che non mi aspettavo: spinto terra e baciato ancora.
Ti ho morso le labbra, stretto forte, tirato a me.
Al pian terreno hai pigiato di nuovo i tasti, a casaccio credo.
Messo l'altra mano sotto la camicia, dietro la schiena, e poi sotto, un centimetro dal proibito.
Un millimetro dall'infinito.
Ti baciavo lenta.
Ho pensato non fermarti, ma l'ascensore andava implacabile.
Mi hai guardato, sorriso, poi di nuovo guardato.
Ed io ferma.
Non farmi male, ho pensato.
venerdì 30 aprile 2010
Nera
Raggomitolato, il pensiero si dipana alle prime gocce.
Il sudore scioglie le barriere.
Metro dopo metro.
E allora mi domando:
ma in fondo al cassetto ci sono ancora io?
E comincio a correrti incontro fino a che il salmastro vince i tubi di scarico.
Eccoti, eccomi, buongiorno e buonasera.
Inanello giri del palazzo perdendone il conto.
Da quanto?
Da un pò.
Perchè?
Non so.
Sai che l'ultima volta che ti ho vista non c'eri?
Aspetta, aspetta: non parlo del duello.
Io e te passo dopo passo incontro.
Gli occhi che mi paiono ostili (scusa ma non sapevo della tua miopia! che fai adesso, ridi?), la distanza che si accorcia.
Non si può cambiare marciapiede e nemmeno lo voglio.
Il sorriso che scioglie gli indugi, ciao come stai ed una voglia di abbracciarti accartocciata come uno scontrino inutile nella tasca dei jeans.
L'ultima volta che ti ho vista non c'eri. Calciavo polverosi sassi sulla montagna che porta al paese abbandonato.
La collina smeraldo dietro casa pettinata dal vento.
Il Nera a limarne il confine.
Pure quel giorno avevo corso a lungo sulla statale fino alle terme.
Mi allungo sul ciglio attratto dal ramo nodoso che offre in estremo un grappolo di more mature.
Un passo, uno ancora. Poi il dolore secco, inaspettato.
Ti ho vista e sorridevi.
No, se per un colpo di culo t'incontrassi, non te lo chiederei.
Perchè per quanto voglia, saperlo mi distruggerebbe.
Pensa se mi dicessi si, in fondo al cassetto ci sei sempre tu.
No,il trono non torreggia più sul rettangolo lungo ed il profumo di legno s'è dileguato.
Milioni di piccole cose rendono adesso l'aria più densa.
Il sole illumina in maniera differente e dietro le tende l'innocente libera allegria s'è dissolta come pulviscolo. La musica è diversa.
Il bisturi non taglia, l'astuccio è vuoto.
Ma in fondo al cassetto ci sei sempre tu.
Non ho pensato che sarei morto, ma non sapevo bene che fare.
Tanto che la prima cosa che ho fatto è stato addentare il frutto dolce e pulirmi la bocca con la maglietta. Poi ho guardato la gamba, due lacrime di sangue appena sotto il ginocchio.
Il sudore scioglie le barriere.
Metro dopo metro.
E allora mi domando:
ma in fondo al cassetto ci sono ancora io?
E comincio a correrti incontro fino a che il salmastro vince i tubi di scarico.
Eccoti, eccomi, buongiorno e buonasera.
Inanello giri del palazzo perdendone il conto.
Da quanto?
Da un pò.
Perchè?
Non so.
Sai che l'ultima volta che ti ho vista non c'eri?
Aspetta, aspetta: non parlo del duello.
Io e te passo dopo passo incontro.
Gli occhi che mi paiono ostili (scusa ma non sapevo della tua miopia! che fai adesso, ridi?), la distanza che si accorcia.
Non si può cambiare marciapiede e nemmeno lo voglio.
Il sorriso che scioglie gli indugi, ciao come stai ed una voglia di abbracciarti accartocciata come uno scontrino inutile nella tasca dei jeans.
L'ultima volta che ti ho vista non c'eri. Calciavo polverosi sassi sulla montagna che porta al paese abbandonato.
La collina smeraldo dietro casa pettinata dal vento.
Il Nera a limarne il confine.
Pure quel giorno avevo corso a lungo sulla statale fino alle terme.
Mi allungo sul ciglio attratto dal ramo nodoso che offre in estremo un grappolo di more mature.
Un passo, uno ancora. Poi il dolore secco, inaspettato.
Ti ho vista e sorridevi.
No, se per un colpo di culo t'incontrassi, non te lo chiederei.
Perchè per quanto voglia, saperlo mi distruggerebbe.
Pensa se mi dicessi si, in fondo al cassetto ci sei sempre tu.
No,il trono non torreggia più sul rettangolo lungo ed il profumo di legno s'è dileguato.
Milioni di piccole cose rendono adesso l'aria più densa.
Il sole illumina in maniera differente e dietro le tende l'innocente libera allegria s'è dissolta come pulviscolo. La musica è diversa.
Il bisturi non taglia, l'astuccio è vuoto.
Ma in fondo al cassetto ci sei sempre tu.
Non ho pensato che sarei morto, ma non sapevo bene che fare.
Tanto che la prima cosa che ho fatto è stato addentare il frutto dolce e pulirmi la bocca con la maglietta. Poi ho guardato la gamba, due lacrime di sangue appena sotto il ginocchio.
lunedì 26 aprile 2010
Oggi, ieri, che differenza fa?
Mi ricordo il caldo, il sonno ed i colori.
Non avevo dormito ma mi pareva il minimo.
L'appuntamento alla palla, che poi si gira la curva: scavalchiamo ed il prato è nostro.
Lello ci dà buca, ma non ci contavo.
I marmi ai nostri piedi.
Spettatori statue muscolose e silenti.
Le porte senza reti, le distanze immense.
L'odore dell'erba, il gesso scolorito.
Uno contro uno ma non c'è storia.
Allora facciamo a passaggi.
Quanto manca?
Ricordo il panino con la frittata, il domopak custode di fragranze.
Il cuore di speranze.
Che ora è?
Maledetto il tempo che rallenta o corre, inverso ai bisogni, dolorosamente lontano dal desiderio.
Ricordo i colori.
Una città in festa prima della certezza. Come sempre, spavalda e orgogliosa.
Bambini sorridenti.
Fiume di gente vociante.
Il bomber pare frastornato, allarga la bocca enorme e ride mentre tiro la linguetta della lattina di coca ormai calda.
E i cancelli? Ma quando li aprono?
E i cancelli? Ma quando li aprono?
Controlliamo la fila giusto per sapere dove giocheremo a briscola.
L'attesa, il caldo, la speranza, i colori.
Un giorno giocherò su questo prato smeraldo e volerò sulla fascia.
Gli occhi lucidi.
Ricordo tutto come se fosse ieri.
Ma è facile, oggi è ancora ieri.
Ricordo il pianto irrefrenabile. L'abbraccio infinito, le canzoni strozzate, il cuore devastato.
Il 23, il treno, sticazzi se passa il controllore, mamma che mi aspetta sulla porta.
Ancora pianti e ancora e ancora.
20 aprile del 1986
Il lunedì la prof di mate e fisica, tale De Luca volle interrogarmi.
Gli occhi grandi di lei a dirmi io ti amo.
Non è mai facile, non è mai detto, non è mai certo.
Ma non ho paura.
E se Matteo mi chiede perchè stanotte piango e non parlo me lo abbraccio e gli spiego piano: lo sai perchè la mia vita è giallo rossa, c'è una ragione, ho la Roma dentro al cuore, AS ROMA, io non vivo senza te...
domenica 25 aprile 2010
Il tempo
Il tempo, il tempo che passa e non torna più.
Vorrei averne per fare ed anche solo per pensare.
Non ne ho, ne hai, e dobbiamo continuare
a fingere che sia
transizione
passaggio
e che poi ritorni
come una canzone di nuovo maggio,
e i fiori e i colori
e tu
amare,
e tu
amore ,
la voglia di stare
insieme
il vento
la moto veloce quel bacio
la voce
la voce
la voce
Il tempo che passa
il tempo per fare, anche solo per pensare...
Vorrei averne per fare ed anche solo per pensare.
Non ne ho, ne hai, e dobbiamo continuare
a fingere che sia
transizione
passaggio
e che poi ritorni
come una canzone di nuovo maggio,
e i fiori e i colori
e tu
amare,
e tu
amore ,
la voglia di stare
insieme
il vento
la moto veloce quel bacio
la voce
la voce
la voce
Il tempo che passa
il tempo per fare, anche solo per pensare...
martedì 20 aprile 2010
Maledetto
Sveglia! Sveglia! Sveglia!
E adesso corri maledetto, corri.
Che se corri ce la fai,
corri forte, più forte ancora
che se corri la salverai.
Corri maledetto, corri.
giovedì 15 aprile 2010
venerdì 9 aprile 2010
Occhi verdi, primo
Umido e uggioso, il sole celato da un grigio irritante.
Esco con la felpa con la scritta americana, tentativo stolido di restare in viaggio.
Non fa freddo o forse è solo l'effetto della doccia bollente.
Parcheggio tra le linee sfumate, metto la prima e spengo.
Sono in anticipo.
Reclino la testa tendendo i muscoli del collo.
Chiudo gli occhi per ascoltare musica casuale.
Le mani incrociate sul petto.
Sei un idiota.
Come?
Sono venti minuti che ti aspetto.
Spalanco gli occhi per manifestare sorpresa.
Sei davvero un idiota.
Non capisco.
Pensavo saresti venuto a parlarmi.
Il cancello nero si apre e la folla la inghiotte.
Prima di vedere ancora i suoi capelli legati.
Esco con la felpa con la scritta americana, tentativo stolido di restare in viaggio.
Non fa freddo o forse è solo l'effetto della doccia bollente.
Parcheggio tra le linee sfumate, metto la prima e spengo.
Sono in anticipo.
Reclino la testa tendendo i muscoli del collo.
Chiudo gli occhi per ascoltare musica casuale.
Le mani incrociate sul petto.
Sei un idiota.
Come?
Sono venti minuti che ti aspetto.
Spalanco gli occhi per manifestare sorpresa.
Sei davvero un idiota.
Non capisco.
Pensavo saresti venuto a parlarmi.
Il cancello nero si apre e la folla la inghiotte.
Prima di vedere ancora i suoi capelli legati.
lunedì 5 aprile 2010
domenica 28 marzo 2010
La lettera colorata
Antonia Perna Storelli, mia madre, muore il 19 Novembre del 2008.
Io con lei.
Quello che leggerete è quanto produce da quella nera notte la mia mente disordinata.
La mia speciale non elaborazione del lutto.
Il mio nome è Massimiliano Storelli e di notte non dormo.
Io con lei.
Quello che leggerete è quanto produce da quella nera notte la mia mente disordinata.
La mia speciale non elaborazione del lutto.
Il mio nome è Massimiliano Storelli e di notte non dormo.
mercoledì 24 marzo 2010
sabato 20 marzo 2010
Il treno
Ho sempre pensato che l'aereo sia un mezzo troppo rapido:
adesso sono a Rodi ad esempio, e dopo un paio di ore a Roma.
Altra aria, altro cielo, cose profumi mare, tutto diverso.
E senza il tempo di abituarsi.
Incontri altra gente, quella che vedevi due ore prima non hai possibilità di incrociarla per strada.
Nemmeno per caso e nemmeno volendo.
Altri negozi, altre luci, altri marciapiedi, altra storia.
Non che abbia fatto tanti viaggi in treno, ma fra tutti è il mezzo che preferisco.
Ne ricordo uno da Roma ad Amsterdam. Avevo quattordici anni ed andavo a trovare mio padre che lavorava a Scheveningen, stava ristrutturando una villa.
Ero solo e bambino, ma mia madre si fidava già allora.
Ero solo ed avevo tutte le ore possibili per pensare.
Ero solo ma non avevo paura.
E mentre il treno traversava a volte rapido, a volte lento come un mal di pancia paesi e città, vedevo gente diversa, muri e scritte, stazioni e uomini, cieli ed alberi cambiare. Ed il cervello aveva tempo di abituarsi, di calcolare, di studiare i cambiamenti. In qualche maniera prendere coscienza che scendendo in qualunque posto dopo aver lasciato Roma- Termini non c'era nessuna possibilità per esempio di abbracciare mia madre o mia sorella.
Ma solo d'incontrare nuova vita.
M'immagino la morte come fosse un treno.
Che mi dia la possibilità di abituarmici.
Di salutare con calma da un finestrino abbassato, magari in silenzio, magari piangendo lacrime agrodolci.
M'immagino la morte come un piccolo infinito viaggio attraverso nuove ed impensate conoscenze.
M'immagino di ritrovare mamma ed amici che sono scesi o saliti prima.
M'immagino e ci piango anche adesso gli abbracci sul predellino.
Vieni, sali, piangi e viaggia: noi siamo con te. Ancora e sempre.
M'immagino un viaggio lento, luci che mi sorprendono, città che si alternano.
Senza paura.
adesso sono a Rodi ad esempio, e dopo un paio di ore a Roma.
Altra aria, altro cielo, cose profumi mare, tutto diverso.
E senza il tempo di abituarsi.
Incontri altra gente, quella che vedevi due ore prima non hai possibilità di incrociarla per strada.
Nemmeno per caso e nemmeno volendo.
Altri negozi, altre luci, altri marciapiedi, altra storia.
Non che abbia fatto tanti viaggi in treno, ma fra tutti è il mezzo che preferisco.
Ne ricordo uno da Roma ad Amsterdam. Avevo quattordici anni ed andavo a trovare mio padre che lavorava a Scheveningen, stava ristrutturando una villa.
Ero solo e bambino, ma mia madre si fidava già allora.
Ero solo ed avevo tutte le ore possibili per pensare.
Ero solo ma non avevo paura.
E mentre il treno traversava a volte rapido, a volte lento come un mal di pancia paesi e città, vedevo gente diversa, muri e scritte, stazioni e uomini, cieli ed alberi cambiare. Ed il cervello aveva tempo di abituarsi, di calcolare, di studiare i cambiamenti. In qualche maniera prendere coscienza che scendendo in qualunque posto dopo aver lasciato Roma- Termini non c'era nessuna possibilità per esempio di abbracciare mia madre o mia sorella.
Ma solo d'incontrare nuova vita.
M'immagino la morte come fosse un treno.
Che mi dia la possibilità di abituarmici.
Di salutare con calma da un finestrino abbassato, magari in silenzio, magari piangendo lacrime agrodolci.
M'immagino la morte come un piccolo infinito viaggio attraverso nuove ed impensate conoscenze.
M'immagino di ritrovare mamma ed amici che sono scesi o saliti prima.
M'immagino e ci piango anche adesso gli abbracci sul predellino.
Vieni, sali, piangi e viaggia: noi siamo con te. Ancora e sempre.
M'immagino un viaggio lento, luci che mi sorprendono, città che si alternano.
Senza paura.
sabato 13 marzo 2010
Tredici Marzo
E c'ho lasciato il cuore sulla tua bocca
e non si stacca
e non si stacca
E c'ho lasciato l'anima fra le tue mani
tu che mi ami
io che amo te
E c'ho lasciato gli occhi dentro i tuoi occhi
quando mi blocchi sulla tua porta
ma non importa
è sempre aperta
perchè ti amo
perchè mi ami
E mi allontano
i passi stanchi
che già mi manchi
E gli occhi spenti
contro vento
fa tanto freddo
ma non lo sento
perchè ti amo
E c'ho lasciato il cuore sulla tua bocca
quando mi sfiora
quando mi tocca
mi fa volare
senza pensare
senza guardare
E c'ho lasciato le mani sopra il tuo mare
ingoio onde
e mangio sale
mi lascio affogare
non so vedere
non so respirare
senza di te
e non si stacca
E c'ho lasciato l'anima fra le tue mani
tu che mi ami
io che amo te
E c'ho lasciato gli occhi dentro i tuoi occhi
quando mi blocchi sulla tua porta
ma non importa
è sempre aperta
perchè ti amo
perchè mi ami
E mi allontano
i passi stanchi
che già mi manchi
E gli occhi spenti
contro vento
fa tanto freddo
ma non lo sento
perchè ti amo
E c'ho lasciato il cuore sulla tua bocca
quando mi sfiora
quando mi tocca
mi fa volare
senza pensare
senza guardare
E c'ho lasciato le mani sopra il tuo mare
ingoio onde
e mangio sale
mi lascio affogare
non so vedere
non so respirare
domenica 28 febbraio 2010
Il matto
Il matto, gli occhi all'insù, urlando alla mezzaluna
d'argento
Io non t'amo ma tu mi piaci
soprattutto quando taci
ma se mi chiedi
non ti nego verità:
la mattina guardo il sole e non c'è rivalità.
Il matto con la mano sulla fronte
si copre gli occhi che dirige all'orizzonte:
tu mi piaci ma non t'amo e se ti guardo tu m'abbagli.
Ma ripeto, io non t'amo, tu ti sbagli.
Stella che porto nel cuore
io ti amo
ancora e con dolore
perchè son schiavo incatenato
io ti amo e son dannato...
d'argento
Io non t'amo ma tu mi piaci
soprattutto quando taci
ma se mi chiedi
non ti nego verità:
la mattina guardo il sole e non c'è rivalità.
Il matto con la mano sulla fronte
si copre gli occhi che dirige all'orizzonte:
tu mi piaci ma non t'amo e se ti guardo tu m'abbagli.
Ma ripeto, io non t'amo, tu ti sbagli.
Stella che porto nel cuore
io ti amo
ancora e con dolore
perchè son schiavo incatenato
io ti amo e son dannato...
giovedì 25 febbraio 2010
Amore
me ne vado
vattene
dove vai
vieni qua
ti mollo
mi mollo
ancora stai là?
sono stufa
idem
sempre le stesse cose
sempre le stesse accuse
domani volo via
no, fallo adesso
quando mi pare
tanto è lo stesso
a te che cambia?
Mi stai stretta
non sei perfetta
e sei furbetta
no, no aspetta
che non ho finito
non punto il dito
il solito prurito?
no, è tanto che volevo dire
invece di trattenere
era meglio se mi mettevo a sedere
era meglio se ti mettevo a tacere
La tua arroganza
pieno di non conoscenza
accusi ad oltranza
ma ascoltare mai.
E dai che lo sai.
Non fare il tonto
che ti riesce male
ma per te è normale.
E togliti quel sorriso dalla faccia
che non incanti nessuno.
Perchè non sei nessuno
piuttosto una canaglia
ma chi ti si piglia
ancora stai qua?
vattene
dove vai
vieni qua
ti mollo
mi mollo
ancora stai là?
sono stufa
idem
sempre le stesse cose
sempre le stesse accuse
domani volo via
no, fallo adesso
quando mi pare
tanto è lo stesso
a te che cambia?
Mi stai stretta
non sei perfetta
e sei furbetta
no, no aspetta
che non ho finito
non punto il dito
il solito prurito?
no, è tanto che volevo dire
invece di trattenere
era meglio se mi mettevo a sedere
era meglio se ti mettevo a tacere
La tua arroganza
pieno di non conoscenza
accusi ad oltranza
ma ascoltare mai.
E dai che lo sai.
Non fare il tonto
che ti riesce male
ma per te è normale.
E togliti quel sorriso dalla faccia
che non incanti nessuno.
Perchè non sei nessuno
piuttosto una canaglia
ma chi ti si piglia
ancora stai qua?
mercoledì 24 febbraio 2010
Una parola (sobrio)
Pietra
guarda con occhi lucidi
come pozze d'argento
come pozze d'argento
Non si aspetta tanto amore
e allora lo stringe a sè per sentirlo vero
perchè non fugga lontano
in quel nulla da cui proviene
Il cuore suo le batte sui seni
e vorrebbe baciarlo
invece di guardare soltanto
Così scivola in quel momento infinito
come se fosse facile ritornare
preferendo annegare.
perchè non fugga lontano
in quel nulla da cui proviene
Il cuore suo le batte sui seni
e vorrebbe baciarlo
invece di guardare soltanto
Così scivola in quel momento infinito
come se fosse facile ritornare
preferendo annegare.
sabato 20 febbraio 2010
Per te (ho bevuto una ceres red erik ed ho scritto)
Per te
a te che mi leggi
a te che mi rileggi
cercandoti
cercandomi
sovente avendomi
a te che mi illudi
perchè non ci sei mai
a te che mi svegli perchè non ci sarai mai
a te che mi chiami
a te che mi scrivi
a te che mi brami
ma non me lo dici mai
a te che mi canti
a te che mi indossi
a te che mi parli
a te che voli
a te che fai volare
a te che mi spezzi il respiro
amandoti
amandomi
a te che mi leggi
a te che mi rileggi
cercandoti
cercandomi
sovente avendomi
a te che mi illudi
perchè non ci sei mai
a te che mi svegli perchè non ci sarai mai
a te che mi chiami
a te che mi scrivi
a te che mi brami
ma non me lo dici mai
a te che mi canti
a te che mi indossi
a te che mi parli
a te che voli
a te che fai volare
a te che mi spezzi il respiro
amandoti
amandomi
martedì 9 febbraio 2010
domenica 7 febbraio 2010
noris to proi
Thimamai noris to proi otan o kosmos ksypnaei, egw etrexa, h thalassa einai orea, o ouranos exei hiliades xromata, to karavi mpenei arga sto limani...afth einai zoh
sabato 6 febbraio 2010
Papà, papà...
Mi avevano con largo anticipo avvisato:quando termineranno le lacrime, allora, allora si, che sarà dolore puro.
E così è.
Il cuore s'è fatto arido.
Gli occhi secchi.
Ieri ho tentato di piangere.
Dalla rabbia che non sono riuscito a sfogare.
Arrivati ad un certo punto bisognerebbe sapere dire basta, non foss'altro per quel minimo necessario consentito a guardarti in faccia allo specchio la mattina che ti stropicci il viso con l'acqua fredda.
Bisognerebbe dire basta a questo lavoro di merda che ti tartassa l'anima, per esempio, nel mio caso.
Basta, basta, vi lascio e vi dimentico.
Vi seppellisco sotto un manto di vita secca strapassata: finalmente mi libero.
Non vi reggo più, dolorosamente stanco della vostra inettitudine, persone incapaci di godere della fortuna che il dio destino cieco vi ha riservato.
Vi detesto incappucciati come siete nella maschera più comune nell'uso di tutti i giorni: falsi!
E poi?
E poi sti gran cazzi della casa, di tua moglie che vuole passare alla villa, del mercedes che usa solo lei.
E poi sti gran cazzi delle conseguenze e del tenore di vita e delle difficoltà del mondo del lavoro.
Sarei io. Sarei fiero.
Tanto prima o poi si riparte.
...e poi?
Poi pensi a tuo figlio.
E gioco forza sei costretto a mantenerti calmo, mastichi gomme amare e pasteggi a bile rancida.
Auspichi che quel giorno venga presto.
Agogni l'ora desiderata.
E cerchi, cerchi cerchi cerchi.
Di non perderti.
E mentre piango asciutto mi godo questo sorriso enorme che mi sovrasta.
Papà, Papà, mi racconti una favola di Scooby con mille mostri e cento fastasmi?
E così è.
Il cuore s'è fatto arido.
Gli occhi secchi.
Ieri ho tentato di piangere.
Dalla rabbia che non sono riuscito a sfogare.
Arrivati ad un certo punto bisognerebbe sapere dire basta, non foss'altro per quel minimo necessario consentito a guardarti in faccia allo specchio la mattina che ti stropicci il viso con l'acqua fredda.
Bisognerebbe dire basta a questo lavoro di merda che ti tartassa l'anima, per esempio, nel mio caso.
Basta, basta, vi lascio e vi dimentico.
Vi seppellisco sotto un manto di vita secca strapassata: finalmente mi libero.
Non vi reggo più, dolorosamente stanco della vostra inettitudine, persone incapaci di godere della fortuna che il dio destino cieco vi ha riservato.
Vi detesto incappucciati come siete nella maschera più comune nell'uso di tutti i giorni: falsi!
E poi?
E poi sti gran cazzi della casa, di tua moglie che vuole passare alla villa, del mercedes che usa solo lei.
E poi sti gran cazzi delle conseguenze e del tenore di vita e delle difficoltà del mondo del lavoro.
Sarei io. Sarei fiero.
Tanto prima o poi si riparte.
...e poi?
Poi pensi a tuo figlio.
E gioco forza sei costretto a mantenerti calmo, mastichi gomme amare e pasteggi a bile rancida.
Auspichi che quel giorno venga presto.
Agogni l'ora desiderata.
E cerchi, cerchi cerchi cerchi.
Di non perderti.
E mentre piango asciutto mi godo questo sorriso enorme che mi sovrasta.
Papà, Papà, mi racconti una favola di Scooby con mille mostri e cento fastasmi?
giovedì 4 febbraio 2010
Fare l'amore con te
A te che sai leggere ancora
a te che vuoi leggere sempre
a te che non mi cerchi mai perchè sono sempre lì con te
per te che mi vuoi e mi reclami
per te che lasci la porta socchiusa
Vorrei dirtelo ancora una volta che ti amo, amore mio
e vorrei dirtelo piano
perchè ti entri dentro
mentre io mi allontano.
Perchè ho paura di non respirare
guardandoti gli occhi
quest'unica volta che mi concedi,
la sola volta che mi concedo.
Vorrei dirtelo che ti amo
ancora una volta
per poi fuggire correndo
cercando i metri improbabili
che tu recuperi sempre
con un battito di ciglia.
Esci per favore da questa testa che batte,
lascia se puoi questo cuore che impazza.
Libera il mio corpo che ancora pulsa dentro di te,
abbandona le mani che stringi
come se non ci fosse un domani.
Perchè ti amo
a te che vuoi leggere sempre
a te che non mi cerchi mai perchè sono sempre lì con te
per te che mi vuoi e mi reclami
per te che lasci la porta socchiusa
Vorrei dirtelo ancora una volta che ti amo, amore mio
e vorrei dirtelo piano
perchè ti entri dentro
mentre io mi allontano.
Perchè ho paura di non respirare
guardandoti gli occhi
quest'unica volta che mi concedi,
la sola volta che mi concedo.
Vorrei dirtelo che ti amo
ancora una volta
per poi fuggire correndo
cercando i metri improbabili
che tu recuperi sempre
con un battito di ciglia.
Esci per favore da questa testa che batte,
lascia se puoi questo cuore che impazza.
Libera il mio corpo che ancora pulsa dentro di te,
abbandona le mani che stringi
come se non ci fosse un domani.
Perchè ti amo
martedì 2 febbraio 2010
venerdì 22 gennaio 2010
martedì 19 gennaio 2010
giovedì 14 gennaio 2010
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