Chiudendo rapidamente la conversazione hai detto ci sentiamo con più calma.
Ho pensato a quando sarebbe stato, tra un millennio o due. Ho pensato alle sporadiche letterine, alle parche parole.
Poi, dal vento e dalle nuvole basse, dal grigio e dal nero, sono comparsi gli occhi.
Non disturbi, affatto.
Cerchiati di rosso, come chi deve piangere ma non può.
Come chi è solo ma non può ammetterlo.
Suona il telefono.
Mancano dieci minuti alle nove.
Ho cenato senza gusto. La borsa è sul letto, cinquanta mila lire nel portafogli.
E' per te, mi fa mia sorella.
Avvicino la cornetta all'orecchio paventando tre o quattro ipotesi.
Sei tu.
Imposto una voce arrabbiata.
Dolcemente invece mi dici che hai saputo che domani parto.
Per la verità è stasera. La tradotta di mezzanotte.
Rimaniamo sospesi in silenzio. Una promessa di chiarimento, un arrivederci a fra un mese.
Destinazione permettendo.
Ci metto del tempo prima di poterlo fare: una telefonata, una chiave, un problema, una battuta col pilota, un'altra telefonata.
Finalmente giro il bancone e ti abbraccio.
Dopo venti anni o venti anni dopo.
Non c'è più madame rochas ed il mare è solo una massa indistinta dietro cubi di bianco cemento.
Ho paura a stringerti troppo in balia dei flutti così come mi appari.
Allora?
Sospiri.
Dobbiamo tranciare questa difficoltà iniziale di comunicazione.
Come se servisse un altro abbraccio. Come se non servisse parlare.
Ci pensi tu a rompere l'equilibrio degli sguardi sopra il silenzio.
Ti lanci in spiegazioni tecniche percorrendo l'iter della scoperta.
Ci deve essere un motivo dici.
Che fai, ti ho ammutolito?
Entro in macchina, seduto dietro, nella ipsilon dieci rossa di Carmine.
Accanto a lui c'è Stefano.
Dal finestrino abbassato dieci centimetri aria di neve.
Nella vena della tempia pulsa la speranza.
Quando torni ne parliamo. Un mese vola via.
Il binario, i saluti, gli zaini, le lacrime, una canzone conosciuta.
Non riesco a tirare fuori parole di significato.
Ci sono migliaia di fosse di non conoscenza ad ogni passo.
Le difese immunitarie, il cuore che si perde il cervello assai più veloce, le colpe che ti dai, la delusione che disegni con tutte le parole che dici o sussurri soltanto.
Ti guardo le mani che non riconosco, i piedi che non ricordo.
Dentro l'incapacità di darti ragione.
Seduto, la schiena dritta, la borsa sulle ginocchia, realizzo: il tempo c'era, dovevo passare.
Il tempo c'era, dovevo abbracciarti, una volta per tutte.
-Adesso vado via che ho fame.
-Che ti prepari?
-Risotto, io adoro il risotto: risotto parmigiano e stracchino.
Però prima ti abbraccio che ne ho voglia.
...dev'esserci un'isola più a sud, un altro mare che nuota in altro blu...
martedì 11 maggio 2010
domenica 9 maggio 2010
Non farmi male
Mi hai detto accompagnami a fare la spesa.
Ho fatto si con la testa.
Muti, io dietro come un segugio.
Rapidi volteggi tra scaffali imbanditi: le uova, la scadenza, il latte, la scadenza, il prosciutto, la scadenza.
Perchè non lo prendi fresco?
Troppa fila.
Si, ma è più buono.
Non hai risposto.
I biscotti, quelli no che non si sciolgono nel latte.
Intanto mi carezzavo i capelli io.
Ti guardavo il culo ogni tanto.
Avevi una certa dimestichezza interessata, come se ti piacesse leggere le informazioni sul retro delle confezioni.
Ma non badavi ai prezzi.
Guarda che il tonno è in offerta.
Si, ma questo è più tenero.
Parti invertite.
Senza volerlo ho poggiato la mano sulla tua: cercavamo la stessa marmellata di more sullo stesso scaffale nello stesso momento.
E' stato un brivido.
Allora ho preso il carrello e camminato verso il banco frigo: ancora freddo.
Sei arrivato e mentre afferravo il cartone mi hai sfiorato la mano: quello della centrale è più buono.
Ho arrotolato di nuovo i capelli tra le mani.
Alle casse c'era coda. Hai scelto quella che a me sembrava più lunga.
Hai preso il telefono e senza degnarmi cominciato a scrivere.
Io vedevo solo la lucina rossa lampeggiare.
Caruccio che sei, ti ho detto infastidita.
Hai sorriso.
Quel malinconico tenero dolce bastardo modo di sorridere che hai.
La cassiera era lenta, ma carina.
Ho avuto l'impressione che trattenesse la mano nel restituirti la carta.
Aveva lunghi capelli ricci legati in una treccia ampia.
Ho pensato alle doppie punte.
Ho riempito le buste in maniera ordinata come piace a me.
Mi hai guardata come a dire che non c'era bisogno.
Oltre la porta scorrevole il vento di tramontava scuoteva la fila dei platani.
Che fai dopo?
Niente, ho detto insicura.
Allora accompagnami sù, poso le buste e scendo che devo ancora finire.
Non ho capito cosa ma t'ho seguito.
In ascensore, sopra i tasti, sopra la scritta del pronto intervento, un deodorante d'ambiente.
Hai poggiato la spesa per terra e premuto il cinque. Io mi sono schiacciata contro la lucida parete opposta.
Mentre il motore saliva ti sei avvicinato valicando subito il confine di sicurezza: la mano mi ha pettinato i capelli dietro la nuca e accolto il collo.
Ho aperto la bocca e chiuso gli occhi.
Mi hai baciato per venti secondi finchè l'ascensore s'assestava al piano.
La tua lingua sapeva di buono. Ma non di dentrificio. Come se avessi mangiato una merendina.
Io avevo appena finito l'ultima liquirizia.
Quando le porte si sono aperte hai fatto la seconda cosa che non mi aspettavo: spinto terra e baciato ancora.
Ti ho morso le labbra, stretto forte, tirato a me.
Al pian terreno hai pigiato di nuovo i tasti, a casaccio credo.
Messo l'altra mano sotto la camicia, dietro la schiena, e poi sotto, un centimetro dal proibito.
Un millimetro dall'infinito.
Ti baciavo lenta.
Ho pensato non fermarti, ma l'ascensore andava implacabile.
Mi hai guardato, sorriso, poi di nuovo guardato.
Ed io ferma.
Non farmi male, ho pensato.
Ho fatto si con la testa.
Muti, io dietro come un segugio.
Rapidi volteggi tra scaffali imbanditi: le uova, la scadenza, il latte, la scadenza, il prosciutto, la scadenza.
Perchè non lo prendi fresco?
Troppa fila.
Si, ma è più buono.
Non hai risposto.
I biscotti, quelli no che non si sciolgono nel latte.
Intanto mi carezzavo i capelli io.
Ti guardavo il culo ogni tanto.
Avevi una certa dimestichezza interessata, come se ti piacesse leggere le informazioni sul retro delle confezioni.
Ma non badavi ai prezzi.
Guarda che il tonno è in offerta.
Si, ma questo è più tenero.
Parti invertite.
Senza volerlo ho poggiato la mano sulla tua: cercavamo la stessa marmellata di more sullo stesso scaffale nello stesso momento.
E' stato un brivido.
Allora ho preso il carrello e camminato verso il banco frigo: ancora freddo.
Sei arrivato e mentre afferravo il cartone mi hai sfiorato la mano: quello della centrale è più buono.
Ho arrotolato di nuovo i capelli tra le mani.
Alle casse c'era coda. Hai scelto quella che a me sembrava più lunga.
Hai preso il telefono e senza degnarmi cominciato a scrivere.
Io vedevo solo la lucina rossa lampeggiare.
Caruccio che sei, ti ho detto infastidita.
Hai sorriso.
Quel malinconico tenero dolce bastardo modo di sorridere che hai.
La cassiera era lenta, ma carina.
Ho avuto l'impressione che trattenesse la mano nel restituirti la carta.
Aveva lunghi capelli ricci legati in una treccia ampia.
Ho pensato alle doppie punte.
Ho riempito le buste in maniera ordinata come piace a me.
Mi hai guardata come a dire che non c'era bisogno.
Oltre la porta scorrevole il vento di tramontava scuoteva la fila dei platani.
Che fai dopo?
Niente, ho detto insicura.
Allora accompagnami sù, poso le buste e scendo che devo ancora finire.
Non ho capito cosa ma t'ho seguito.
In ascensore, sopra i tasti, sopra la scritta del pronto intervento, un deodorante d'ambiente.
Hai poggiato la spesa per terra e premuto il cinque. Io mi sono schiacciata contro la lucida parete opposta.
Mentre il motore saliva ti sei avvicinato valicando subito il confine di sicurezza: la mano mi ha pettinato i capelli dietro la nuca e accolto il collo.
Ho aperto la bocca e chiuso gli occhi.
Mi hai baciato per venti secondi finchè l'ascensore s'assestava al piano.
La tua lingua sapeva di buono. Ma non di dentrificio. Come se avessi mangiato una merendina.
Io avevo appena finito l'ultima liquirizia.
Quando le porte si sono aperte hai fatto la seconda cosa che non mi aspettavo: spinto terra e baciato ancora.
Ti ho morso le labbra, stretto forte, tirato a me.
Al pian terreno hai pigiato di nuovo i tasti, a casaccio credo.
Messo l'altra mano sotto la camicia, dietro la schiena, e poi sotto, un centimetro dal proibito.
Un millimetro dall'infinito.
Ti baciavo lenta.
Ho pensato non fermarti, ma l'ascensore andava implacabile.
Mi hai guardato, sorriso, poi di nuovo guardato.
Ed io ferma.
Non farmi male, ho pensato.
venerdì 30 aprile 2010
Nera
Raggomitolato, il pensiero si dipana alle prime gocce.
Il sudore scioglie le barriere.
Metro dopo metro.
E allora mi domando:
ma in fondo al cassetto ci sono ancora io?
E comincio a correrti incontro fino a che il salmastro vince i tubi di scarico.
Eccoti, eccomi, buongiorno e buonasera.
Inanello giri del palazzo perdendone il conto.
Da quanto?
Da un pò.
Perchè?
Non so.
Sai che l'ultima volta che ti ho vista non c'eri?
Aspetta, aspetta: non parlo del duello.
Io e te passo dopo passo incontro.
Gli occhi che mi paiono ostili (scusa ma non sapevo della tua miopia! che fai adesso, ridi?), la distanza che si accorcia.
Non si può cambiare marciapiede e nemmeno lo voglio.
Il sorriso che scioglie gli indugi, ciao come stai ed una voglia di abbracciarti accartocciata come uno scontrino inutile nella tasca dei jeans.
L'ultima volta che ti ho vista non c'eri. Calciavo polverosi sassi sulla montagna che porta al paese abbandonato.
La collina smeraldo dietro casa pettinata dal vento.
Il Nera a limarne il confine.
Pure quel giorno avevo corso a lungo sulla statale fino alle terme.
Mi allungo sul ciglio attratto dal ramo nodoso che offre in estremo un grappolo di more mature.
Un passo, uno ancora. Poi il dolore secco, inaspettato.
Ti ho vista e sorridevi.
No, se per un colpo di culo t'incontrassi, non te lo chiederei.
Perchè per quanto voglia, saperlo mi distruggerebbe.
Pensa se mi dicessi si, in fondo al cassetto ci sei sempre tu.
No,il trono non torreggia più sul rettangolo lungo ed il profumo di legno s'è dileguato.
Milioni di piccole cose rendono adesso l'aria più densa.
Il sole illumina in maniera differente e dietro le tende l'innocente libera allegria s'è dissolta come pulviscolo. La musica è diversa.
Il bisturi non taglia, l'astuccio è vuoto.
Ma in fondo al cassetto ci sei sempre tu.
Non ho pensato che sarei morto, ma non sapevo bene che fare.
Tanto che la prima cosa che ho fatto è stato addentare il frutto dolce e pulirmi la bocca con la maglietta. Poi ho guardato la gamba, due lacrime di sangue appena sotto il ginocchio.
Il sudore scioglie le barriere.
Metro dopo metro.
E allora mi domando:
ma in fondo al cassetto ci sono ancora io?
E comincio a correrti incontro fino a che il salmastro vince i tubi di scarico.
Eccoti, eccomi, buongiorno e buonasera.
Inanello giri del palazzo perdendone il conto.
Da quanto?
Da un pò.
Perchè?
Non so.
Sai che l'ultima volta che ti ho vista non c'eri?
Aspetta, aspetta: non parlo del duello.
Io e te passo dopo passo incontro.
Gli occhi che mi paiono ostili (scusa ma non sapevo della tua miopia! che fai adesso, ridi?), la distanza che si accorcia.
Non si può cambiare marciapiede e nemmeno lo voglio.
Il sorriso che scioglie gli indugi, ciao come stai ed una voglia di abbracciarti accartocciata come uno scontrino inutile nella tasca dei jeans.
L'ultima volta che ti ho vista non c'eri. Calciavo polverosi sassi sulla montagna che porta al paese abbandonato.
La collina smeraldo dietro casa pettinata dal vento.
Il Nera a limarne il confine.
Pure quel giorno avevo corso a lungo sulla statale fino alle terme.
Mi allungo sul ciglio attratto dal ramo nodoso che offre in estremo un grappolo di more mature.
Un passo, uno ancora. Poi il dolore secco, inaspettato.
Ti ho vista e sorridevi.
No, se per un colpo di culo t'incontrassi, non te lo chiederei.
Perchè per quanto voglia, saperlo mi distruggerebbe.
Pensa se mi dicessi si, in fondo al cassetto ci sei sempre tu.
No,il trono non torreggia più sul rettangolo lungo ed il profumo di legno s'è dileguato.
Milioni di piccole cose rendono adesso l'aria più densa.
Il sole illumina in maniera differente e dietro le tende l'innocente libera allegria s'è dissolta come pulviscolo. La musica è diversa.
Il bisturi non taglia, l'astuccio è vuoto.
Ma in fondo al cassetto ci sei sempre tu.
Non ho pensato che sarei morto, ma non sapevo bene che fare.
Tanto che la prima cosa che ho fatto è stato addentare il frutto dolce e pulirmi la bocca con la maglietta. Poi ho guardato la gamba, due lacrime di sangue appena sotto il ginocchio.
lunedì 26 aprile 2010
Oggi, ieri, che differenza fa?
Mi ricordo il caldo, il sonno ed i colori.
Non avevo dormito ma mi pareva il minimo.
L'appuntamento alla palla, che poi si gira la curva: scavalchiamo ed il prato è nostro.
Lello ci dà buca, ma non ci contavo.
I marmi ai nostri piedi.
Spettatori statue muscolose e silenti.
Le porte senza reti, le distanze immense.
L'odore dell'erba, il gesso scolorito.
Uno contro uno ma non c'è storia.
Allora facciamo a passaggi.
Quanto manca?
Ricordo il panino con la frittata, il domopak custode di fragranze.
Il cuore di speranze.
Che ora è?
Maledetto il tempo che rallenta o corre, inverso ai bisogni, dolorosamente lontano dal desiderio.
Ricordo i colori.
Una città in festa prima della certezza. Come sempre, spavalda e orgogliosa.
Bambini sorridenti.
Fiume di gente vociante.
Il bomber pare frastornato, allarga la bocca enorme e ride mentre tiro la linguetta della lattina di coca ormai calda.
E i cancelli? Ma quando li aprono?
E i cancelli? Ma quando li aprono?
Controlliamo la fila giusto per sapere dove giocheremo a briscola.
L'attesa, il caldo, la speranza, i colori.
Un giorno giocherò su questo prato smeraldo e volerò sulla fascia.
Gli occhi lucidi.
Ricordo tutto come se fosse ieri.
Ma è facile, oggi è ancora ieri.
Ricordo il pianto irrefrenabile. L'abbraccio infinito, le canzoni strozzate, il cuore devastato.
Il 23, il treno, sticazzi se passa il controllore, mamma che mi aspetta sulla porta.
Ancora pianti e ancora e ancora.
20 aprile del 1986
Il lunedì la prof di mate e fisica, tale De Luca volle interrogarmi.
Gli occhi grandi di lei a dirmi io ti amo.
Non è mai facile, non è mai detto, non è mai certo.
Ma non ho paura.
E se Matteo mi chiede perchè stanotte piango e non parlo me lo abbraccio e gli spiego piano: lo sai perchè la mia vita è giallo rossa, c'è una ragione, ho la Roma dentro al cuore, AS ROMA, io non vivo senza te...
domenica 25 aprile 2010
Il tempo
Il tempo, il tempo che passa e non torna più.
Vorrei averne per fare ed anche solo per pensare.
Non ne ho, ne hai, e dobbiamo continuare
a fingere che sia
transizione
passaggio
e che poi ritorni
come una canzone di nuovo maggio,
e i fiori e i colori
e tu
amare,
e tu
amore ,
la voglia di stare
insieme
il vento
la moto veloce quel bacio
la voce
la voce
la voce
Il tempo che passa
il tempo per fare, anche solo per pensare...
Vorrei averne per fare ed anche solo per pensare.
Non ne ho, ne hai, e dobbiamo continuare
a fingere che sia
transizione
passaggio
e che poi ritorni
come una canzone di nuovo maggio,
e i fiori e i colori
e tu
amare,
e tu
amore ,
la voglia di stare
insieme
il vento
la moto veloce quel bacio
la voce
la voce
la voce
Il tempo che passa
il tempo per fare, anche solo per pensare...
martedì 20 aprile 2010
Maledetto
Sveglia! Sveglia! Sveglia!
E adesso corri maledetto, corri.
Che se corri ce la fai,
corri forte, più forte ancora
che se corri la salverai.
Corri maledetto, corri.
giovedì 15 aprile 2010
venerdì 9 aprile 2010
Occhi verdi, primo
Umido e uggioso, il sole celato da un grigio irritante.
Esco con la felpa con la scritta americana, tentativo stolido di restare in viaggio.
Non fa freddo o forse è solo l'effetto della doccia bollente.
Parcheggio tra le linee sfumate, metto la prima e spengo.
Sono in anticipo.
Reclino la testa tendendo i muscoli del collo.
Chiudo gli occhi per ascoltare musica casuale.
Le mani incrociate sul petto.
Sei un idiota.
Come?
Sono venti minuti che ti aspetto.
Spalanco gli occhi per manifestare sorpresa.
Sei davvero un idiota.
Non capisco.
Pensavo saresti venuto a parlarmi.
Il cancello nero si apre e la folla la inghiotte.
Prima di vedere ancora i suoi capelli legati.
Esco con la felpa con la scritta americana, tentativo stolido di restare in viaggio.
Non fa freddo o forse è solo l'effetto della doccia bollente.
Parcheggio tra le linee sfumate, metto la prima e spengo.
Sono in anticipo.
Reclino la testa tendendo i muscoli del collo.
Chiudo gli occhi per ascoltare musica casuale.
Le mani incrociate sul petto.
Sei un idiota.
Come?
Sono venti minuti che ti aspetto.
Spalanco gli occhi per manifestare sorpresa.
Sei davvero un idiota.
Non capisco.
Pensavo saresti venuto a parlarmi.
Il cancello nero si apre e la folla la inghiotte.
Prima di vedere ancora i suoi capelli legati.
lunedì 5 aprile 2010
domenica 28 marzo 2010
La lettera colorata
Antonia Perna Storelli, mia madre, muore il 19 Novembre del 2008.
Io con lei.
Quello che leggerete è quanto produce da quella nera notte la mia mente disordinata.
La mia speciale non elaborazione del lutto.
Il mio nome è Massimiliano Storelli e di notte non dormo.
Io con lei.
Quello che leggerete è quanto produce da quella nera notte la mia mente disordinata.
La mia speciale non elaborazione del lutto.
Il mio nome è Massimiliano Storelli e di notte non dormo.
mercoledì 24 marzo 2010
sabato 20 marzo 2010
Il treno
Ho sempre pensato che l'aereo sia un mezzo troppo rapido:
adesso sono a Rodi ad esempio, e dopo un paio di ore a Roma.
Altra aria, altro cielo, cose profumi mare, tutto diverso.
E senza il tempo di abituarsi.
Incontri altra gente, quella che vedevi due ore prima non hai possibilità di incrociarla per strada.
Nemmeno per caso e nemmeno volendo.
Altri negozi, altre luci, altri marciapiedi, altra storia.
Non che abbia fatto tanti viaggi in treno, ma fra tutti è il mezzo che preferisco.
Ne ricordo uno da Roma ad Amsterdam. Avevo quattordici anni ed andavo a trovare mio padre che lavorava a Scheveningen, stava ristrutturando una villa.
Ero solo e bambino, ma mia madre si fidava già allora.
Ero solo ed avevo tutte le ore possibili per pensare.
Ero solo ma non avevo paura.
E mentre il treno traversava a volte rapido, a volte lento come un mal di pancia paesi e città, vedevo gente diversa, muri e scritte, stazioni e uomini, cieli ed alberi cambiare. Ed il cervello aveva tempo di abituarsi, di calcolare, di studiare i cambiamenti. In qualche maniera prendere coscienza che scendendo in qualunque posto dopo aver lasciato Roma- Termini non c'era nessuna possibilità per esempio di abbracciare mia madre o mia sorella.
Ma solo d'incontrare nuova vita.
M'immagino la morte come fosse un treno.
Che mi dia la possibilità di abituarmici.
Di salutare con calma da un finestrino abbassato, magari in silenzio, magari piangendo lacrime agrodolci.
M'immagino la morte come un piccolo infinito viaggio attraverso nuove ed impensate conoscenze.
M'immagino di ritrovare mamma ed amici che sono scesi o saliti prima.
M'immagino e ci piango anche adesso gli abbracci sul predellino.
Vieni, sali, piangi e viaggia: noi siamo con te. Ancora e sempre.
M'immagino un viaggio lento, luci che mi sorprendono, città che si alternano.
Senza paura.
adesso sono a Rodi ad esempio, e dopo un paio di ore a Roma.
Altra aria, altro cielo, cose profumi mare, tutto diverso.
E senza il tempo di abituarsi.
Incontri altra gente, quella che vedevi due ore prima non hai possibilità di incrociarla per strada.
Nemmeno per caso e nemmeno volendo.
Altri negozi, altre luci, altri marciapiedi, altra storia.
Non che abbia fatto tanti viaggi in treno, ma fra tutti è il mezzo che preferisco.
Ne ricordo uno da Roma ad Amsterdam. Avevo quattordici anni ed andavo a trovare mio padre che lavorava a Scheveningen, stava ristrutturando una villa.
Ero solo e bambino, ma mia madre si fidava già allora.
Ero solo ed avevo tutte le ore possibili per pensare.
Ero solo ma non avevo paura.
E mentre il treno traversava a volte rapido, a volte lento come un mal di pancia paesi e città, vedevo gente diversa, muri e scritte, stazioni e uomini, cieli ed alberi cambiare. Ed il cervello aveva tempo di abituarsi, di calcolare, di studiare i cambiamenti. In qualche maniera prendere coscienza che scendendo in qualunque posto dopo aver lasciato Roma- Termini non c'era nessuna possibilità per esempio di abbracciare mia madre o mia sorella.
Ma solo d'incontrare nuova vita.
M'immagino la morte come fosse un treno.
Che mi dia la possibilità di abituarmici.
Di salutare con calma da un finestrino abbassato, magari in silenzio, magari piangendo lacrime agrodolci.
M'immagino la morte come un piccolo infinito viaggio attraverso nuove ed impensate conoscenze.
M'immagino di ritrovare mamma ed amici che sono scesi o saliti prima.
M'immagino e ci piango anche adesso gli abbracci sul predellino.
Vieni, sali, piangi e viaggia: noi siamo con te. Ancora e sempre.
M'immagino un viaggio lento, luci che mi sorprendono, città che si alternano.
Senza paura.
sabato 13 marzo 2010
Tredici Marzo
E c'ho lasciato il cuore sulla tua bocca
e non si stacca
e non si stacca
E c'ho lasciato l'anima fra le tue mani
tu che mi ami
io che amo te
E c'ho lasciato gli occhi dentro i tuoi occhi
quando mi blocchi sulla tua porta
ma non importa
è sempre aperta
perchè ti amo
perchè mi ami
E mi allontano
i passi stanchi
che già mi manchi
E gli occhi spenti
contro vento
fa tanto freddo
ma non lo sento
perchè ti amo
E c'ho lasciato il cuore sulla tua bocca
quando mi sfiora
quando mi tocca
mi fa volare
senza pensare
senza guardare
E c'ho lasciato le mani sopra il tuo mare
ingoio onde
e mangio sale
mi lascio affogare
non so vedere
non so respirare
senza di te
e non si stacca
E c'ho lasciato l'anima fra le tue mani
tu che mi ami
io che amo te
E c'ho lasciato gli occhi dentro i tuoi occhi
quando mi blocchi sulla tua porta
ma non importa
è sempre aperta
perchè ti amo
perchè mi ami
E mi allontano
i passi stanchi
che già mi manchi
E gli occhi spenti
contro vento
fa tanto freddo
ma non lo sento
perchè ti amo
E c'ho lasciato il cuore sulla tua bocca
quando mi sfiora
quando mi tocca
mi fa volare
senza pensare
senza guardare
E c'ho lasciato le mani sopra il tuo mare
ingoio onde
e mangio sale
mi lascio affogare
non so vedere
non so respirare
domenica 28 febbraio 2010
Il matto
Il matto, gli occhi all'insù, urlando alla mezzaluna
d'argento
Io non t'amo ma tu mi piaci
soprattutto quando taci
ma se mi chiedi
non ti nego verità:
la mattina guardo il sole e non c'è rivalità.
Il matto con la mano sulla fronte
si copre gli occhi che dirige all'orizzonte:
tu mi piaci ma non t'amo e se ti guardo tu m'abbagli.
Ma ripeto, io non t'amo, tu ti sbagli.
Stella che porto nel cuore
io ti amo
ancora e con dolore
perchè son schiavo incatenato
io ti amo e son dannato...
d'argento
Io non t'amo ma tu mi piaci
soprattutto quando taci
ma se mi chiedi
non ti nego verità:
la mattina guardo il sole e non c'è rivalità.
Il matto con la mano sulla fronte
si copre gli occhi che dirige all'orizzonte:
tu mi piaci ma non t'amo e se ti guardo tu m'abbagli.
Ma ripeto, io non t'amo, tu ti sbagli.
Stella che porto nel cuore
io ti amo
ancora e con dolore
perchè son schiavo incatenato
io ti amo e son dannato...
giovedì 25 febbraio 2010
Amore
me ne vado
vattene
dove vai
vieni qua
ti mollo
mi mollo
ancora stai là?
sono stufa
idem
sempre le stesse cose
sempre le stesse accuse
domani volo via
no, fallo adesso
quando mi pare
tanto è lo stesso
a te che cambia?
Mi stai stretta
non sei perfetta
e sei furbetta
no, no aspetta
che non ho finito
non punto il dito
il solito prurito?
no, è tanto che volevo dire
invece di trattenere
era meglio se mi mettevo a sedere
era meglio se ti mettevo a tacere
La tua arroganza
pieno di non conoscenza
accusi ad oltranza
ma ascoltare mai.
E dai che lo sai.
Non fare il tonto
che ti riesce male
ma per te è normale.
E togliti quel sorriso dalla faccia
che non incanti nessuno.
Perchè non sei nessuno
piuttosto una canaglia
ma chi ti si piglia
ancora stai qua?
vattene
dove vai
vieni qua
ti mollo
mi mollo
ancora stai là?
sono stufa
idem
sempre le stesse cose
sempre le stesse accuse
domani volo via
no, fallo adesso
quando mi pare
tanto è lo stesso
a te che cambia?
Mi stai stretta
non sei perfetta
e sei furbetta
no, no aspetta
che non ho finito
non punto il dito
il solito prurito?
no, è tanto che volevo dire
invece di trattenere
era meglio se mi mettevo a sedere
era meglio se ti mettevo a tacere
La tua arroganza
pieno di non conoscenza
accusi ad oltranza
ma ascoltare mai.
E dai che lo sai.
Non fare il tonto
che ti riesce male
ma per te è normale.
E togliti quel sorriso dalla faccia
che non incanti nessuno.
Perchè non sei nessuno
piuttosto una canaglia
ma chi ti si piglia
ancora stai qua?
mercoledì 24 febbraio 2010
Una parola (sobrio)
Pietra
guarda con occhi lucidi
come pozze d'argento
come pozze d'argento
Non si aspetta tanto amore
e allora lo stringe a sè per sentirlo vero
perchè non fugga lontano
in quel nulla da cui proviene
Il cuore suo le batte sui seni
e vorrebbe baciarlo
invece di guardare soltanto
Così scivola in quel momento infinito
come se fosse facile ritornare
preferendo annegare.
perchè non fugga lontano
in quel nulla da cui proviene
Il cuore suo le batte sui seni
e vorrebbe baciarlo
invece di guardare soltanto
Così scivola in quel momento infinito
come se fosse facile ritornare
preferendo annegare.
sabato 20 febbraio 2010
Per te (ho bevuto una ceres red erik ed ho scritto)
Per te
a te che mi leggi
a te che mi rileggi
cercandoti
cercandomi
sovente avendomi
a te che mi illudi
perchè non ci sei mai
a te che mi svegli perchè non ci sarai mai
a te che mi chiami
a te che mi scrivi
a te che mi brami
ma non me lo dici mai
a te che mi canti
a te che mi indossi
a te che mi parli
a te che voli
a te che fai volare
a te che mi spezzi il respiro
amandoti
amandomi
a te che mi leggi
a te che mi rileggi
cercandoti
cercandomi
sovente avendomi
a te che mi illudi
perchè non ci sei mai
a te che mi svegli perchè non ci sarai mai
a te che mi chiami
a te che mi scrivi
a te che mi brami
ma non me lo dici mai
a te che mi canti
a te che mi indossi
a te che mi parli
a te che voli
a te che fai volare
a te che mi spezzi il respiro
amandoti
amandomi
martedì 9 febbraio 2010
domenica 7 febbraio 2010
noris to proi
Thimamai noris to proi otan o kosmos ksypnaei, egw etrexa, h thalassa einai orea, o ouranos exei hiliades xromata, to karavi mpenei arga sto limani...afth einai zoh
sabato 6 febbraio 2010
Papà, papà...
Mi avevano con largo anticipo avvisato:quando termineranno le lacrime, allora, allora si, che sarà dolore puro.
E così è.
Il cuore s'è fatto arido.
Gli occhi secchi.
Ieri ho tentato di piangere.
Dalla rabbia che non sono riuscito a sfogare.
Arrivati ad un certo punto bisognerebbe sapere dire basta, non foss'altro per quel minimo necessario consentito a guardarti in faccia allo specchio la mattina che ti stropicci il viso con l'acqua fredda.
Bisognerebbe dire basta a questo lavoro di merda che ti tartassa l'anima, per esempio, nel mio caso.
Basta, basta, vi lascio e vi dimentico.
Vi seppellisco sotto un manto di vita secca strapassata: finalmente mi libero.
Non vi reggo più, dolorosamente stanco della vostra inettitudine, persone incapaci di godere della fortuna che il dio destino cieco vi ha riservato.
Vi detesto incappucciati come siete nella maschera più comune nell'uso di tutti i giorni: falsi!
E poi?
E poi sti gran cazzi della casa, di tua moglie che vuole passare alla villa, del mercedes che usa solo lei.
E poi sti gran cazzi delle conseguenze e del tenore di vita e delle difficoltà del mondo del lavoro.
Sarei io. Sarei fiero.
Tanto prima o poi si riparte.
...e poi?
Poi pensi a tuo figlio.
E gioco forza sei costretto a mantenerti calmo, mastichi gomme amare e pasteggi a bile rancida.
Auspichi che quel giorno venga presto.
Agogni l'ora desiderata.
E cerchi, cerchi cerchi cerchi.
Di non perderti.
E mentre piango asciutto mi godo questo sorriso enorme che mi sovrasta.
Papà, Papà, mi racconti una favola di Scooby con mille mostri e cento fastasmi?
E così è.
Il cuore s'è fatto arido.
Gli occhi secchi.
Ieri ho tentato di piangere.
Dalla rabbia che non sono riuscito a sfogare.
Arrivati ad un certo punto bisognerebbe sapere dire basta, non foss'altro per quel minimo necessario consentito a guardarti in faccia allo specchio la mattina che ti stropicci il viso con l'acqua fredda.
Bisognerebbe dire basta a questo lavoro di merda che ti tartassa l'anima, per esempio, nel mio caso.
Basta, basta, vi lascio e vi dimentico.
Vi seppellisco sotto un manto di vita secca strapassata: finalmente mi libero.
Non vi reggo più, dolorosamente stanco della vostra inettitudine, persone incapaci di godere della fortuna che il dio destino cieco vi ha riservato.
Vi detesto incappucciati come siete nella maschera più comune nell'uso di tutti i giorni: falsi!
E poi?
E poi sti gran cazzi della casa, di tua moglie che vuole passare alla villa, del mercedes che usa solo lei.
E poi sti gran cazzi delle conseguenze e del tenore di vita e delle difficoltà del mondo del lavoro.
Sarei io. Sarei fiero.
Tanto prima o poi si riparte.
...e poi?
Poi pensi a tuo figlio.
E gioco forza sei costretto a mantenerti calmo, mastichi gomme amare e pasteggi a bile rancida.
Auspichi che quel giorno venga presto.
Agogni l'ora desiderata.
E cerchi, cerchi cerchi cerchi.
Di non perderti.
E mentre piango asciutto mi godo questo sorriso enorme che mi sovrasta.
Papà, Papà, mi racconti una favola di Scooby con mille mostri e cento fastasmi?
giovedì 4 febbraio 2010
Fare l'amore con te
A te che sai leggere ancora
a te che vuoi leggere sempre
a te che non mi cerchi mai perchè sono sempre lì con te
per te che mi vuoi e mi reclami
per te che lasci la porta socchiusa
Vorrei dirtelo ancora una volta che ti amo, amore mio
e vorrei dirtelo piano
perchè ti entri dentro
mentre io mi allontano.
Perchè ho paura di non respirare
guardandoti gli occhi
quest'unica volta che mi concedi,
la sola volta che mi concedo.
Vorrei dirtelo che ti amo
ancora una volta
per poi fuggire correndo
cercando i metri improbabili
che tu recuperi sempre
con un battito di ciglia.
Esci per favore da questa testa che batte,
lascia se puoi questo cuore che impazza.
Libera il mio corpo che ancora pulsa dentro di te,
abbandona le mani che stringi
come se non ci fosse un domani.
Perchè ti amo
a te che vuoi leggere sempre
a te che non mi cerchi mai perchè sono sempre lì con te
per te che mi vuoi e mi reclami
per te che lasci la porta socchiusa
Vorrei dirtelo ancora una volta che ti amo, amore mio
e vorrei dirtelo piano
perchè ti entri dentro
mentre io mi allontano.
Perchè ho paura di non respirare
guardandoti gli occhi
quest'unica volta che mi concedi,
la sola volta che mi concedo.
Vorrei dirtelo che ti amo
ancora una volta
per poi fuggire correndo
cercando i metri improbabili
che tu recuperi sempre
con un battito di ciglia.
Esci per favore da questa testa che batte,
lascia se puoi questo cuore che impazza.
Libera il mio corpo che ancora pulsa dentro di te,
abbandona le mani che stringi
come se non ci fosse un domani.
Perchè ti amo
martedì 2 febbraio 2010
venerdì 22 gennaio 2010
martedì 19 gennaio 2010
giovedì 14 gennaio 2010
giovedì 24 dicembre 2009
sabato 12 dicembre 2009
sabato 28 novembre 2009
Sai
Sai perchè ti amo?
Perchè mi piace tanto come cammini.
E come muovi le mani,
gli occhi lucidi quando mi guardi.
Il tuo sorriso e le bocca che socchiudi.
Mi piace il tuo carattere ombroso,
quel tuo essere scontroso,
quel modo speciale che hai di farti odiare.
Sai perchè ti amo?
Perchè mi piace tanto quando corri.
I tuoi muscoli in movimento.
Il vento che ti lasci dietro.
I pensieri che ti porti dentro.
Mi piace quell'aria indifferente,
quell'atteggiamento scostante.
Ti amo perchè quando ridi mi spalanchi le porte del buonumore.
Sei come pioggia fitta che non smetti di guardare.
Sai perchè ti amo?
Perchè sei un pericolo costante.
Come quando ti tuffi da altezze improbabili in uno specchio d'acqua poco profonda e torni da me dicendo semplicemente dovevo farlo ed il cuore mi si gela.
Perchè poi mi abbracci e sento che dovevi, è vero: dovevi farlo.
Perchè quando mi abbracci ti sento il cuore penetrarmi l'anima.
Sai perchè ti amo?
Perchè riesci a piangere ancora come fossi un bambino,
perchè dietro gli occhiali brucia la passione,
perchè ti lasci morire giorno dopo giorno traversato dal dolore.
Perchè rinasci ogni volta solo per me.
Ti amo perchè non me lo dici mai
ma non c'è un solo istante che io possa dubitarne.
sabato 21 novembre 2009
lunedì 16 novembre 2009
sabato 7 novembre 2009
come
come faccio a desiderare tanto soltanto una 
e una cosa e poi,
dopo,
solo e soltanto il suo contrario?
e una cosa e poi,
dopo,
solo e soltanto il suo contrario?
martedì 27 ottobre 2009
Prima
Ti pare normale?
Lo sguardo di lui è sospeso tra l'interrogativo ed il meravigliato.
Arriccia il naso e allarga gli occhi.
Cosa, scusi?
Scusi...? Lei sorride. Ironica.
Che fai, mi dai del lei? Si aggiusta i capelli con la destra che poi rimette in tasca.
Lui spalanca un sorriso imbarazzato.
Cosa mi dovrebbe apparire non normale, comunque?
Vabbè, niente, come non detto. E se ne va lasciandolo di sale.
Una leggera sensazione di caldo fuori stagione.
Lui non sentiva il peso delle nuvole di parole non dette.
Amava cercare piuttosto che trovare.
Per tanti motivi non la vide che ventidue giorni dopo.
Non gli fu difficile contare i giorni.
Le guardò i capelli raccolti.
Le spalle.
Le mani in tasca.
Immaginò le parole, i movimenti dei piedi, la curva dei pensieri.
Intanto lance di sole caldo sbattevano sulla sua fronte e si depositavano sul tappeto delle rosse foglie secche.
Lei non si mosse.
Lui neppure.

E così continuò a guardarla da una certa distanza.
Cosa gli piaceva tanto?
Non il nome che non conosceva.
Non il viso che vedeva sempre di profilo o di tre quarti.
Non i capelli perennemente legati.
Non le mani, non i denti, non gli occhi.
Ad un tratto gli parve che si spostasse come se lo sguardo ripetuto la passasse da parte a parte. Fece un mezzo giro verso di lui.
Ma poi s'incamminò precedendolo.
Lasciando piccole impronte sull'asfalto come cerchi nell'acqua.
Lo sguardo di lui è sospeso tra l'interrogativo ed il meravigliato.
Arriccia il naso e allarga gli occhi.
Cosa, scusi?
Scusi...? Lei sorride. Ironica.
Che fai, mi dai del lei? Si aggiusta i capelli con la destra che poi rimette in tasca.
Lui spalanca un sorriso imbarazzato.
Cosa mi dovrebbe apparire non normale, comunque?
Vabbè, niente, come non detto. E se ne va lasciandolo di sale.
Una leggera sensazione di caldo fuori stagione.
Lui non sentiva il peso delle nuvole di parole non dette.
Amava cercare piuttosto che trovare.
Per tanti motivi non la vide che ventidue giorni dopo.
Non gli fu difficile contare i giorni.
Le guardò i capelli raccolti.
Le spalle.
Le mani in tasca.
Immaginò le parole, i movimenti dei piedi, la curva dei pensieri.
Intanto lance di sole caldo sbattevano sulla sua fronte e si depositavano sul tappeto delle rosse foglie secche.
Lei non si mosse.
Lui neppure.
E così continuò a guardarla da una certa distanza.
Cosa gli piaceva tanto?
Non il nome che non conosceva.
Non il viso che vedeva sempre di profilo o di tre quarti.
Non i capelli perennemente legati.
Non le mani, non i denti, non gli occhi.
Ad un tratto gli parve che si spostasse come se lo sguardo ripetuto la passasse da parte a parte. Fece un mezzo giro verso di lui.
Ma poi s'incamminò precedendolo.
Lasciando piccole impronte sull'asfalto come cerchi nell'acqua.
mercoledì 21 ottobre 2009
fai male, lo sai?
magari tu mi pensi ancora
magari tu mi cerchi ancora
magari tu mi canti ancora
magari mi dici buongiorno ancora
abbassando la voce
quando mi presento all'improvviso dietro i capelli
che lasci che coprano ancora
Lo sai che non ti sogno mai?
magari tu mi cerchi ancora
magari tu mi canti ancora
magari mi dici buongiorno ancora
abbassando la voce
quando mi presento all'improvviso dietro i capelli
che lasci che coprano ancora
Lo sai che non ti sogno mai?
E che tutte le volte che stringo gli occhi voli via
quando ti penso forte
Magari mi pensassi ancora
magari mi cercassi ancora
magari mi cantassi ancora
Lo sai che non ti sogno mai
anche se vorrei
anche se
anche
se mi dicessi buongiorno
se mi dicessi ci sono
ma vado
se mi credessi al tuo fianco
Lo sai che non ti guardo mai...
e che se mi fai male è sempre uguale
quando ti penso forte
Magari, magari
magari pensi al mare
magari sfogli il cielo
magari hai contato tutti i minuti sottovoce
e così appari
tra il ruvido d'una pagina
nella tasca del loden
nel caffè che circonda
quando ti penso forte
Magari mi pensassi ancora
magari mi cercassi ancora
magari mi cantassi ancora
Lo sai che non ti sogno mai
anche se vorrei
anche se
anche
se mi dicessi buongiorno
se mi dicessi ci sono
ma vado
se mi credessi al tuo fianco
Lo sai che non ti guardo mai...
e che se mi fai male è sempre uguale
quando ti penso forte
Magari, magari
magari pensi al mare
magari sfogli il cielo
magari hai contato tutti i minuti sottovoce
e così appari
tra il ruvido d'una pagina
nella tasca del loden
nel caffè che circonda
magari magari
adesso ti chiedi chi sono
adesso che penso
adesso che muovo
adesso che canto
adesso che vado
magari ti chiedi
e mi scacci lontano
come un alibi leggero
adesso ti chiedi chi sono
adesso che penso
adesso che muovo
adesso che canto
adesso che vado
magari ti chiedi
e mi scacci lontano
come un alibi leggero
come una menzogna fanciulla
come faccio io
con te
quando appari
appari
appari
fai male, lo sai?
come faccio io
con te
quando appari
appari
appari
fai male, lo sai?
mercoledì 14 ottobre 2009
Εκατό φορές κομμάτια έγινα για σένα μια βραδιά
Poi venne il mal di testa.
Come bordate sulla porta di una casa che dorme.
Nel silenzio della notte.
Alle tre.
O alle quattro.
Quando concede.
Apre la finestra sul dolore e scalcia il sonno che s'abbandona sugli occhi.
Stanchi prima di cominciare.
Εκατό φορές τα μάτια, είπαν φεύγω μα δεν έφυγα ούτε μια
da non poter leggere
male
da non poter scrivere
male
che la musica fa più male
mercoledì 7 ottobre 2009
martedì 6 ottobre 2009
attimi
E' in attimi come questi.
Quando la pioggia bussa violenta sulle finestre
e la danza martella le tempie
Chiudo gli occhi e mi abbraccio la testa tra le mani
E' in attimi come questi
che sento la lancetta dell'orologio
scandire ogni singolo secondo
costruire minuti tristi di ore tremende
E' in attimi come questi che penso a quanti giorni ancora mi dovrò sopravvivere
A quanti anni ancora
Senza te
la luce delle tue labbra
le vie dei tuoi nei
l'ombra delle tue mani
E' in attimi come questi
che il cuore mi si sgretola dentro
come argilla secca.
domenica 20 settembre 2009
7
Quella delle nere lucenti cozze strappate a grappoli fu l'ultima domenica d'estate.
Poi vennero le piogge.
E le domande.
E le domande.
sabato 19 settembre 2009
fa bene ricordare
Lentamente muore
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)
lunedì 14 settembre 2009
Oggi
Oggi è il grande giorno.
Grande.
Per chi non so.
Per me no.
E' un addio, tutto finisce e quello che c'è stato qui, tra noi, vola via con te.
Passeranno i giorni, arriverà l'inverno. Neve fresca andrà a coprire una ferita antica: tutto muore.
Il sale della nuova estate porterà ancora dolore.
In testa
e nel cuore.
Come sempre.
domenica 30 agosto 2009
venerdì 28 agosto 2009
Ehi, tu che metti in moto la mini crema e parti lento guardandoti indietro un paio di volte...
Ehi, ti ricordi quella telefonata?
A casa, allora non c'erano cellulari. Era l'ora di cena e da pochi minuti avevamo smesso di raccontarci il nostro viaggio a Rio.
"Aò?"
"...ò"
Il nostro modo.
"Dice Ermanno che alla ********* cercano un portiere di notte..."
"Uhm...quanti turni?"
Cominciò così la nostra avventura parallela nel mondo del lavoro.
Feci un facile colloquio e cominciai a sentirmi, come te, il padrone del buio.
Furono tempi per nulla semplici: la mattina il corso per programmatore, il pomeriggio l'agente immobiliare e la notte davo le chiavi.Crescevo, insieme a te.
Quante risate al telefono tra una stampa e l'altra?
Quanti racconti di amori sfumati, donne deludenti e progetti fantasiosi?
Siamo cresciuti, sono passati quindici anni.
E adesso cosa ci fa quel completo grigio impiccato nella gruccia che ti porti via?
Che ti porta via.
Quando tornerai sarà per l'ultima volta.
Un nuovo progetto, tintinnii non consueti, voci differenti, settecento km di separazione.
E' la banale legge crudele della vita: tutto termina...
Mi pare ieri.
Ho talmente tante figure che mi s'incartocciano nella mente che faccio fatica ad elencare.
Siamo diventati uomini insieme percorrendo la stessa strada. Inciampando sovente, mani forti a sorreggerci l'un l'altro.
Buona fortuna amico mio.
Te lo scrivo perchè poi rimanga solo a te, e non te lo dirò a parole:
sono fiero ed orgoglioso che vai a dirigere a Cortina;
sono fiero di aver condiviso tutti questi anni di lavoro che ci hanno visto crescere a livello umano e non solo, abbiamo imparato assieme a fare un sacco di cose, abbiamo insieme distrutto l'impero di un despota idiota.
Sono orgoglioso davvero perchè so che una parte di me sarà con te a Cortina, una parte che esula dalle conoscenze lavorative e dalle capacità di manager, sarà una parte che ha a che fare con la libertà, con l'orgoglio e con la dignità.
Una parte di noi per la quale abbiamo lavorato e lavoreremo tutti i giorni della nostra vita.
domenica 23 agosto 2009
Devo
...devo fare qualcosa perchè smetta di pensarti
qualcosa che possa distrarmi
che riesca a fermarmi
perchè di notte dorma
perchè con la luce s'attenui il sogno
e si fermi la febbre.
Devo fare qualcosa per lavare il profumo
cancellare le tracce
ottenere la pace
ed il perdono.
Devo fare qualcosa per abbassare il volume della canzone che mi gira in testa
se non ci sei e ti cerco
come sempre
da sempre
quando non ci sei
e quando compari
Devo fare qualcosa perchè il cuore smetta di bussare
e la mente di reclamare
le tue mani
e la tua bocca
che sa di me
quando mi baci
mi sfiori e poi
scompari.
Devo fare qualcosa perchè tu smetta
di cercarmi
perchè tu sappia che non puoi avermi
perchè tu sappia che non puoi.
Perchè tu non sappia più
quanto io
continui a volerti.
mercoledì 19 agosto 2009
Lei, lei
Lei, Lei...
a volte non sa quello che dice.
Chiede quello che vorrebbe sentirsi dire.
S'incazza per quello che non sente.
Perchè cerca con gli occhi.
Rovista con gli sguardi.
Attende suoni.
Lei, Lei...
non sa fermare il tempo.
Il respiro è dentro di se.
a volte non sa quello che dice.
Chiede quello che vorrebbe sentirsi dire.
S'incazza per quello che non sente.
Perchè cerca con gli occhi.
Rovista con gli sguardi.
Attende suoni.
Lei, Lei...
non sa fermare il tempo.
Il respiro è dentro di se.
martedì 11 agosto 2009
Nettuno
Ero lì proprio dove lei s'aspettava ch'io fossi.
Era stata una lunga e strana giornata di inizio estate.
Guardato le ore scivolare lente come gocce di condensa, un rumore leggero e fastidioso a tener fresca la camicia.
Il cielo dei pensieri increspato di nubi, sereno per pochi momenti e poi buio come fosse notte.
Raccogliere forze necessarie era necessario.
Era stata una lunga e strana giornata di inizio estate.
Guardato le ore scivolare lente come gocce di condensa, un rumore leggero e fastidioso a tener fresca la camicia.
Il cielo dei pensieri increspato di nubi, sereno per pochi momenti e poi buio come fosse notte.
Raccogliere forze necessarie era necessario.
Non ero pronto per dirle addio. Ma non lo sarei mai stato.
Scelse per me un luogo neutro, dove potessi guardare ciottoli e persone, strade e lampioni, mare e cielo senza dover per forza pensare che prima lo avessimo mai fatto insieme.
Pensarci non diminuiva il dolore.
Arrivai presto e presi a camminare senza meta.
Rovistai nel cestino delle possibilità ma quello che ne ricavai fu solo carta straccia.
S'era deciso e l'abbraccio sarebbe stato l'ultimo.
Quando la vidi mi accorsi della vanità del tramonto sopra i suoi capelli.
Sembrava provenisse dal mare partorita dalla spuma, sembrava dipingere il cielo con movimenti liquidi delle mani.
Sembrava.
Era.
Pensarci non diminuiva il dolore.
Arrivai presto e presi a camminare senza meta.
Rovistai nel cestino delle possibilità ma quello che ne ricavai fu solo carta straccia.
S'era deciso e l'abbraccio sarebbe stato l'ultimo.
Quando la vidi mi accorsi della vanità del tramonto sopra i suoi capelli.
Sembrava provenisse dal mare partorita dalla spuma, sembrava dipingere il cielo con movimenti liquidi delle mani.
Sembrava.
Era.
Affrettò gli ultimi passi e risolse l'imbarazzo in un singhiozzo che m'investi le guance e gli occhi. Ancorò la disperazione sul mio cuore spaccandolo.
Corresse il fiume del rimmel, mi porse un fazzoletto.
Il giorno calava veloce il sipario.
Ogni secondo perpetuava la litania dell'addio.
Poi mi abbracciò e spinse sulla bianca sabbia ancora tiepida.
Le sue mani a cuscino, i baci a cullare l'altalena. Il vento a suonare musica.
Si mise in ginocchio, drizzò la schiena.
Corresse il fiume del rimmel, mi porse un fazzoletto.
Il giorno calava veloce il sipario.
Ogni secondo perpetuava la litania dell'addio.
Poi mi abbracciò e spinse sulla bianca sabbia ancora tiepida.
Le sue mani a cuscino, i baci a cullare l'altalena. Il vento a suonare musica.
Si mise in ginocchio, drizzò la schiena.
Guardami amore...
Vidi rapidi bottoncini perlati sparire dietro dita gentili.
Linee di cotone comparire e adagiarsi sul giubbino di jeans.
Capelli muoversi e occhi indicare.
Il mare ci accolse per l'ultima volta insieme.
Io sparii dentro di lei.
Mi disse ti amo un milione di volte ed io sospinto in lei dalla brezza di sale capii:
nessun'altra m'avrebbe mai potuto strappare il cuore in quella maniera.
Nessun altro mare.
Mi disse ti amo un milione di volte ed io sospinto in lei dalla brezza di sale capii:
nessun'altra m'avrebbe mai potuto strappare il cuore in quella maniera.
Nessun altro mare.
Nettuno.
domenica 9 agosto 2009
Spandau Ballet
Già in classe respiravo aria difficile, come l'amaro in bocca che ti riempie di schifo dopo il vomito.
Ma per fortuna alla quarta ora c'era educazione fisica.
E la partita a pallone, il massacro, tanto a poco per noi, ha spazzato via ogni dubbio: non ci vado.
Daniele mi fa l'occhietto mentre entra in macchina.
"Salve signora", saluto la mamma.
"Allora ci vediamo stasera..."
Ma per fortuna alla quarta ora c'era educazione fisica.
E la partita a pallone, il massacro, tanto a poco per noi, ha spazzato via ogni dubbio: non ci vado.
Daniele mi fa l'occhietto mentre entra in macchina.
"Salve signora", saluto la mamma.
"Allora ci vediamo stasera..."
Faccio finita di niente, tanto cambio idea ogni tre quattro secondi.
Non sono fatto così, di solito. Ma stavolta mi fa male il cuore.
Lei, sono sicuro, ci spero tanto, mi guardava stamattina con gli occhi dolcissimi. Nascosta dietro al libro di latino.
Maglioncino celeste, jeans chiari, chiarissimi, è davanti a me di qualche passo. Sottobraccio a Stefano.
Non sono fatto così, di solito. Ma stavolta mi fa male il cuore.
Lei, sono sicuro, ci spero tanto, mi guardava stamattina con gli occhi dolcissimi. Nascosta dietro al libro di latino.
Maglioncino celeste, jeans chiari, chiarissimi, è davanti a me di qualche passo. Sottobraccio a Stefano.
L'orda dei ragazzi in uscita si dilegua: automobili, motorini, bar, stazione, ognuno per la sua strada.
Noi dobbiamo girare adesso verso il cavalcavia ma Stefano tira dritto. E' assorto. Daje che chiacchera.
Io giro, faccio finta di nulla allontanandomi una ventina di metri.
Finalmente se ne accorge.
"Aò, me puoi pure aspettà...", mi grida venendomi incontro e trascinando pure lei...
Mi fermo, non mi sposto di un millimetro.
"Ciao eh!!!", mi fa lei scoprendo i denti e imprudenza.
Noi dobbiamo girare adesso verso il cavalcavia ma Stefano tira dritto. E' assorto. Daje che chiacchera.
Io giro, faccio finta di nulla allontanandomi una ventina di metri.
Finalmente se ne accorge.
"Aò, me puoi pure aspettà...", mi grida venendomi incontro e trascinando pure lei...
Mi fermo, non mi sposto di un millimetro.
"Ciao eh!!!", mi fa lei scoprendo i denti e imprudenza.
"Ciao Superiore, ciao. Ci vediamo lunedì. Io entro alla seconda." La guardo un attimo e poi mi rivolgo a Stefano. Scocciato, un atteggiamento ad arte. Un istante ancora ed il cuore si sarebbe sbriciolato tanto batte forte. D'istinto mi metto la mano lì dove il dolore è fitto fitto.
"Lascialo stare, è fatto così."
Si danno due bacetti per guancia ed ognuno a casa.
"Lascialo stare, è fatto così."
Si danno due bacetti per guancia ed ognuno a casa.
Alla fine ci vado.
Sono le otto quando finisco di phonarmi i capelli. Il Bomber è ancora sotto la doccia. Lo specchio completamente appannato, le scarpette buttate a terra, la borsa disfatta.
"Sicuro che non vuoi venire?", grido più forte per farmi sentire. Profumo di balsamo alla mela.
"No, no, non conosco nessuno..."
"A Warte, ma come non conosci nessuno, c'è tutta la squadra del torneo di calcetto di scuola...vabbè vabbè, ho capito!
Il problema è il cuore.
"Sicuro che non vuoi venire?", grido più forte per farmi sentire. Profumo di balsamo alla mela.
"No, no, non conosco nessuno..."
"A Warte, ma come non conosci nessuno, c'è tutta la squadra del torneo di calcetto di scuola...vabbè vabbè, ho capito!
Il problema è il cuore.
Mi chiudo, faccio il sostenuto.
Lei comunque, lo sa.
Però, non mi spiega.
Però, non mi spiega.
Mi lascia sospeso in balia del vento e degli umori: i suoi.
Citofono.
Niente.
Citofono lasciando il dito premuto.
Niente.
Poi si apre il portone. Marito e moglie in cappotto lungo e scuro. Fermo un'anta col piede.
Pensavo ci fosse più caos.
Susanna è la prima a venirmi incontro trascinandosi Stefano. "Ciao a biondo..."
Bacetto sulla guancia.
Stefano gongola.
Non dice nulla ma ride. Sapeva che sarei venuto.
Poi in rapida successione saluto Barbara, la padrona di casa, Daniele, Nando e tutti gli altri.
La cerco con gli occhi cautamente.
Appoggiandomi ad un bicchiere di coca ed una manciata di popcorn.
Un braccio sulla spalla. "Sta lì, sul divano."
E' la mia coscienza che parla? Sento le voci?
E' il bomber: "te pensavi che te lasciavo solo?!"
Potevamo prendere l'autobus insieme...
In successione mi godo- si fa per dire- Notorius e poi Vertigo. Non è il mio genere. Poi Strangelove dei DepecheMode. Sempre col braccio del Bomber che mi cinge le spalle.
Luci, pizzette rosse, musica, parole gridate, danze scatenate. Io sempre impalato.
E' il bomber: "te pensavi che te lasciavo solo?!"
Potevamo prendere l'autobus insieme...
In successione mi godo- si fa per dire- Notorius e poi Vertigo. Non è il mio genere. Poi Strangelove dei DepecheMode. Sempre col braccio del Bomber che mi cinge le spalle.
Luci, pizzette rosse, musica, parole gridate, danze scatenate. Io sempre impalato.
Penso che potevo tranquillamente starmene a casa, che sono stanco, che non mi piace giocare al suo gioco, che soffro e che sono felice di farlo...
Lenta ed inesorabile Through the barricades invade il grande salone. Non so cosa voglia dire, ma la canzone m'affascina.
Via,via, scappa, mi dice una vicina vocina ululante tra ventricolo e ventricolo. Via, via, vattene prima che possa essere troppo tardi.
Lei si alza. Dal fondo scuro del destino.
Non la vedo distintamente.
E' una pazza.
Lenta ed inesorabile Through the barricades invade il grande salone. Non so cosa voglia dire, ma la canzone m'affascina.
Via,via, scappa, mi dice una vicina vocina ululante tra ventricolo e ventricolo. Via, via, vattene prima che possa essere troppo tardi.
Lei si alza. Dal fondo scuro del destino.
Non la vedo distintamente.
E' una pazza.
La camicetta bianca svolazzante.
I capelli lunghi sulle spalle, gli occhi truccati, il sorriso convinto.
Traversa la stanza.
Non verrà mica da me?!
"Permetti, no? te lo rubo per qualche minuto..." , rivolta a Walter.
Paura.
Pensieri.
Dolore.
I capelli lunghi sulle spalle, gli occhi truccati, il sorriso convinto.
Traversa la stanza.
Non verrà mica da me?!
"Permetti, no? te lo rubo per qualche minuto..." , rivolta a Walter.
Paura.
Pensieri.
Dolore.
Che scompare insieme a tutto il resto quando lei mi prende la mano.
Balliamo lenti, io circospetto e vergognoso, rigido e tremante.Lei mi stringe le mani al collo, calde e morbide.
Le cingo i fianchi impacciato.
Mi conduce in questo mare senza pensieri, in questo liquido di vita appena assaggiata che si perderà per sempre tra pochi secondi...
Father made my history
He fought for what he thought
Would set us somehow free
He tought me what to say in school
I learned off by heart
But now that’s torn in two
"Superiore, sei bella..."
Non sono io che parlo, sono sicuro che non sono io.
Alza gli occhi, laghetti alpini celesti nei quali affogo, abbassa lo sguardo, non dice nulla e mi stringe forte.
"Mauro?"
Me lo indica con lo sguardo, lì verso il divano.
La musica finisce, il gioco pure.
Saluto tutti.
Torniamo a piedi con le borse a tracolla, i piedi che reclamano il letto.
Il Bomber, faccia rotonda e capelli lunghi corvino che coprono gli occhi, si sfoga.
"Mò che te ce fidanzi, ce pensi ancora agli amici?", e ride forte, con la sua risata a volte sguaiata ma genuina.
Ciondola il capoccione come per dire che lo sa che non sono uno stronzo.
"La Superiore sta bene così."
Laconico.
Io non me lo spiego. Lui era seduto a cinque metri da noi che rideva e beveva sprite coi suoi amici. E lei che fa?! Viene ad invitare me a ballare. E balliamo al centro della sala e tutti a guardarci.
E' un pensiero che tengo per me ma evidentemente Walter lo capta e ci cavalca sopra.
"Certo che un pò strana è...l'amica tua."
M'addormento sulla sigla finale di Fantastico 7, chi è quella gran fica, la Martines?
Iscriviti a:
Post (Atom)



