sabato 4 luglio 2009

lei, lui

...sono pochi per promettersi il futuro



sms di prima mattina


Sono le 6.40

Guardo il citizen sul comodino:
il display si fa verde e penso al traffico che è lento nell'ora di punta...


La casa respira l'aria fresca del mattino appena nato.
Alzo la serranda cercando di non fare rumore, la porta accostata della cucina regala uno scaleno di luce.
Senza che me ne accorga mi posa una mano sulla spalla.
"Buongiorno amore mio..."
Fiori e piante rigogliose nel rettangolo lungo dietro il vetro.


Non ho nessuna curiosità, faccio soltanto male a non spegnerlo.
"Buongiorno mamma. Parole crociate?"

Dobbiamo parlare.

Penso che palle mentre deglutisco. La spremuta fresca delle ultime arance buone.
Non rispondo.

Ci si imbatte sovente nel proprio destino proprio sulla strada intrapresa per evitarlo.
Non è un cartone.

"Che fai, non rispondi?"
Mi desto dal torpore girandomi sul lettino.

Annuso la sua pelle abbronzata dalla pizbuin senza schermo.

Cominciamo una passeggiata ad ostacoli sul bagnasciuga infestato da lumache di mare, bagnanti del sabato pomeriggio, bimbi meraviglie d'innocenza,algacce informi.
In testa c'ho una canzone triste...
Presagio.

"Ho rifatto il test, è positivo..."
Invece di sospendermi, la frase a metà mi stecchisce.
Penso prima di parlare mentre tutto scompare.
Come quella volta.


...in una meravigliosa giornata di primavera ho appena finito di discutere.
Odio farlo al telefono, vorrei toccarla, abbracciarla, baciarla.
Lei butta giù prima che possa replicare.
Un giorno metterò la testa a posto, adesso non so.
Maggio odoroso e tiepido dice che correre mi farà bene.
Di studiare nemmeno l'idea.
"Torno per pranzo, ciao Mà..."

"Corri piano..." e sorride con gli occhi smeraldini.
Infilo le cuffie e ci chiudo il mondo fuori.
Le scarpe mi guidano sul lungomare assolato.
Corro tra sabbia e cemento, piccole palme fuori luogo cercano di sopravvivere.
Il respiro del mare mi accompagna incerto: se giro qui, in trenta secondi sono da lei.
Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi...
Nemmeno il nanosecondo di riflessione e scampanello al citofono.
Lei si affaccia alla grata scrostata di ruggine arancio.

Lo sguardo imbronciato, gli occhi chiari che strizza per ripararsi dal sole.
"Che vuoi?"
"Te, come sempre..."
"Io no..." dice incazzosa montante.
Che palle, penso io, ci vuole così tanto a volermi bene?
La maglietta sudata mi si incolla al petto, una chiazza scura sorge sullo sterno.
Tento di abbracciarla, il profumo dei suoi capelli mi respinge
.
"Sei tutto sudato, vattene..."
Cazzo, l'orgoglio delle donne. Sfila via lasciandomi a guardare la tenda che torna al suo posto.
Non mi rimane che correre. Arrivo al porto sprintando, ormai fa troppo caldo e dovrei bere. Giro attorno al molo ed imbocco la via del ritorno.
M'impongo di non pensare e lasciare tempo al tempo. E' solo orgoglio.
Intanto Mark Knopler batte un lento disperato che sarebbe meglio evitare.
Non sono stanco.

Non sono stanco di lei.
Vorrei solo vivere i miei fantastici venti anni. Senza catene.

La incontro all'altezza del mercato proprio mentre decelero. Due isolati e sono a casa. La maglietta adesso ha un nuovo colore.
"Ciao bello..."
"Ciao, non t'avevo vista", fingo.

Il sudore gronda sulle tempie. Alzo la maglietta scoprendomi la pancia abbronzata per detergermi la fronte.
"Sempre di corsa? "
Sorrido.
Lei mi fissa in basso.
"Il tuo amore?", faccio io.
"Lavoro...il tuo?"
Intanto camminiamo. Lei ha in mano un cartoccio di frutta fresca.
"Vuoi una pesca?"

E' di una bellezza che fa male, ed anche se non fosse bella ha i modi tutti suoi per darti dolore.
Abbronzata, minigonna firmata di swaroski luccicanti, camicetta scollata: muove i capelli come fosse arte.
Poi squarcia le banalità.
"Fai la doccia da me?"
Me la guardo furbetto specchiandomi nei suoi occhi truffaldini.
Che troie le donne, farnetico silente.

Intanto continuo a camminarle vicino, sempre più.
Guardo il crono e capisco che sono andato veloce. C'è ancora tempo.

Per tutto.
Stacco definitivamente le cuffie e ripongo l'ipod nella tasca interna.
Il cuore non smette di pompare musica rock.
Infila la chiave aprendo il portone fresco e profumato.
Piante grasse in grossi vasi lavorati.

L'ascensore è al piano. Apre le porte trattenendole per farmi entrare, spinge il quattro e la bacio.
Occhi che sanno.
Si divincola a fatica quando l'ascensore è già fermo.
Sto tradendo, sono incazzato, sarà solo un caffè senza zucchero.

Apre la porta a tripla mandata e riprendiamo famelici.

La sua lingua rapida, il cervello che frigge. Poi si ferma.
"La maglietta, please..."
Mi tolgo la Champion cotta dal sole e dal sudore.
Lei non distoglie lo sguardo dalla mia pancia scura.
Ed inizia così, baciandomi lì.
La schiena nuda sulla parete di spatolato beige. Guardo la stuccolina rifinita ed il lampadario in stile.
Facciamo l'amore a lungo senza amore.

Con passione travolgente che sotterra e rimanda i pensieri.
Che blocca la paura e filtra la luce.
La prendo da dietro e mi prendo la vita.

"Sai da quanto ti guardo?"

E' l'una passata quando sono a tavola con mamma e la pasta aglio e olio. Il peperoncino rosso sui vermicelli al dente.

Il racconto del mare interrotto dal telefono. I suoi occhi celesti chiedono di vederci, mi dice scusa per stamani, ero nervosa, ti amo da impazzire con le zeta che si fanno esse di dolcezza.

Ma non l'avevi già fatto? Ma non era negativo? Ma non era soltanto ritardo di ciclo irregolare? Ma non avevi detto che tutti i mille calcoli davano responsi di sollievo? Ma non era l'ultimo giorno di mestruazione?

Ricordo con precisione estrema il momento in cui le sono venuto dentro, il mondo scomparso, l'assoluta immobilità delle cose.
La stessa precisione estrema di come e quanto mi senta merda adesso, come e quanto il mio mondo sia ora sovraffollato da incubi paure pensieri sensi di colpa incredulità velocità dolore.
La lascio tornare indietro da dove era venuta e quando mi stravacco sul lettino arriva lei. "Ciao amore mio..."

Lunedì mattina appuntamento sul presto.

L'accompagno a fare l'ecografia.
Un nome nuovo che invade la conoscenza senza permesso.
E' tutto diverso quando qualcosa ti riguarda direttamente per la prima volta.
Il suo ginecologo di fiducia fissa rapidi appuntamenti privati con la carta di credito.
Aspetto di sotto con lo stomaco centrifugato.
Dura un attimo il tempo.
"E' già grande", dice spaventata come me, bella come il sole.
Che vuol dire?

Non chiedo.
"Domattina appuntamento al Grassi da un suo collega: abbiamo fatto i calcoli, dovremmo essere in tempo."
In tempo per cosa?
Per uccidere?
Ma l'alternativa?
Non c'è mai alternativa in questi casi?
Mi accosto all'angolo e vomito il vuoto.
L'aria rafferma.

Puzza di sporco, puzza d'errore, puzza di me.
"...non fare così, tutto andrà bene", dice piangendo, occhi rossi distrutti.
Tardi.
Ci prendiamo un tea freddo, io al limone, lei alla pesca.

Brulichìo mattiniero di camici, tazzine che sbattono, giornali che gridano notizie fresche.
Ho passato la notte su internet, conosco tutto quello che non dovrei.

Il collega del suo ginecologo è un'omaccione scontroso calvo, con baffetti inopportuni sale e pepe. Un camice sgualcito con un taschino macchiato d'inchiostro, manca solo la biro sull'orecchio. Pare un prosciuttaro.
Di nuovo ecografia. Di nuovo calcoli.
Punta una matita sul foglio bianco scarabocchiando.
Legno, banchi, scuola.
"Signorina, -fa serio- siamo fuori di due giorni e la legge è severa..."
Lei scoppia a piangere.

"Scusi, per piacere, menta sulla data, sono solo due giorni...non sono una disgraziata ma solo una ragazzina, la prego..."
Sono spaventato.
Niente da fare.
Torniamo di corsa dal ginecologo che ci dà ancora speranza.
Speranza di che non so, ad ogni modo ne esco sconfitto.
Di nuovo domattina, 48 ore senza chiudere occhio.
San Camillo deserto, bisogna mentire in anticipo.

La sala d'aspetto invece è piena. Bambine e bambini accompagnati da genitori, single in cerca di fuga, donne esperte e consapevoli.
Analisi del sangue ed elettrocardiogramma.
Poi sarà solo il suo racconto mentre guido sulla via del ritorno.
Lei ad un certo punto chiede perchè tanta furia.
La caposala le annuncia che si farà quella mattina stessa.
Scoppia in un pianto dirotto.

"Ha paura?", chiede il dottore.
Anestesia totale, stordimento totale, dolore totale.
Mentire, fingere, distruggere.
"Non è paura è che mi dispiace tanto..."

Quando esce esco dall'isolamento e l'abbraccio forte.
Lei piange.
"Non potevamo altrimenti..."
"Lo so, lo so..."

martedì 12 maggio 2009

Buon viaggio Maria


Io lo so

Lo so che prenderai lo stesso aereo.
La sveglia alle cinque meno venti,
il caffè,
il croissant fresco in aeroporto
il trolley blu.
Lo so che non dormirai stanotte
e l'alba non ti sorprenderà nemmeno stavolta.
Lo so che conterai i minuti, ripasserai le parole, avrai quaderni da raccontare.
Fa caldo anche qui lo sai?

Lo so che quel posto lato finestrino non sarà vuoto.
Che l'hostess ti servirà di nuovo caffè acquoso che poserai accanto all'ennesimo libro.
Conserverai la carta d'imbarco che ti segnerà la pagina.
Le nuvole di panna montata fotograferai di nascosto
facendole l'occhiolino.

Io lo so che domattina sarai là, un metro prima della riga gialla, prima della fila,
prim'ancora che apra il check in.

Lo so che le darai la mano porgendo la carta d'identità,
allargherai il sorriso, la precederai al duty free.

Non ti preoccupare, non cercare nulla per me, avrò tutto quello che voglio.
Le automobiline colorate per Alessio e Matteo, l'ouzo per papà, le sigarette per te e Marisa ti riempiranno
le buste colorate.

Poi sul display comparirà il volo ed allora di nuovo in fila, di nuovo prima, tu piccola e bella.
Tu veloce e sicura.
Gli occhi verdi diranno il primo Kalhmera all'equipaggio,
la signorina ti aiuterà a chiudere la cappelliera.

Lo so che fremerai d'attesa.

Lo so che mi riconoscerai al volo tra mille teste, che mi correrai incontro dimenticandola dietro di te.

Starò lì dove ti ho sempre aspettato, tra il cuore e la pazzia.
Buon viaggio Maria, buon viaggio.

sabato 9 maggio 2009

Max

Max era Max
più tranquillo che mai,
la sua lucidità…
Smettila, Max,
la tua facilità non semplifica,
Max.
Max non si spiega,
fammi scendere,
Max vedo un segreto avvicinarsi qui,
Max.

("Max" - P. Conte)

giovedì 16 aprile 2009

un dolore nuovo

La camera è ampia e la luce la inonda esattamente a metà. Come il cuore spezzato esattamente a metà. Segue le orme impercettibili sul parquet lucido fino alla doccia. Attenta a non ferirsi i piedi nudi con le briciole di vetro dei suoi occhi in lacrime. Lui non può vederla. S'appoggia alla porta, ferma a guardarlo mentre l'acqua accentua il ricordo. La doccia è bollente ed il vetro s'appanna velocemente. Lava via i pensieri tristi, si strofina le emozioni, rimuove la sofferenza: una faccia nuova con un sorriso nuovo. Ma il profumo rimane. Poi di nuovo uno seduto di fronte all'altra, lei al centro del letto, le gambe incrociate, il pigiama infantile. Lui all'angolo, l'asciugamano in vita, goccioline di acqua sopravvissute, perle sulla fronte. "Non dovresti portare mai gli occhiali." "Non avrei dovuto mai vederti." "Non cominciare...Dovevo conoscerti...", e si stende sul letto a faccia in giù. Arrabbiata. Lui guarda le travi di legno sul soffitto cercando un appiglio che non trova. Poi si stende su di lei schiacciandola col peso di troppi pensieri. Toccarla è dolore, sapere di averla e averla persa al contempo, è una lama infuocata che taglia il respiro. Infila le mani sotto al pigiama e si àncora ai seni che sempre lo desiderano. La tocca una volta di più nel profondo, in quell'anfratto solo loro tra cuore ed anima. Fanno l'amore di nuovo senza ombra di sesso, poi si ritrovano abbracciati, lui seduto sulla poltrona rossa, lei seduta su di lui e dentro di lui. Staccarsi è doloroso : un dolore nuovo e sottile, un dolore che a volte si chiama amore. Vestiti, s'abbracciano di nuovo, per l'ultima volta, se lo giurano. Poi lo segue andar via con lo sguardo che s'appanna, un tumulto di lacrime, una sensazione di vuoto, una vertigine insopprimibile. Il rombo del motore, il casco indossato. Tra qualche minuto percorrerà la stessa strada, il medesimo asfalto fino all'incrocio della loro storia: direzioni diverse, semafori alterni. Il gioco della vita. Non ha detto una parola, lui. L'ha guardata soltanto, desiderandola con occhi di brace. Ha mascherato dietro le lenti specchiate il magone, ha nascosto il crampo riparato nel giubbotto antivento. Senza pensieri, vuota e piena, felice e triste, ogni singola cosa ebbra anche del contrario, s'avvia alla macchina. E' passata un'ora, per un'ora non ha potuto fare a meno di piangere. Ha preso la sua Nikon ed ha fotografato ogni dettaglio della camera. Ora guida piano nel viale alberato. Si gira e saluta la villa con la testa. Uno, due, tre chilometri lontana dal sogno. Uno -due - tre chilometri più vicina alla realtà. In lontananza un lampo, un giro di luce azzurrognola uguale a se stesso. Una volante della municipale di traverso blocca la carreggiata. Quattro auto davanti a lei. Guarda lo specchietto retrovisore e si aggiusta il cuore. Non pensa. Non pensa. Non pensa. Alza il volume dello stereo. "Desire...desire... desire..." La vita è un rock duro. La vita è una merda. Non pensa. Non pensa. Non pensa. Come un automa, apre la portiera. Non aveva bisogno di pensare. Non ha bisogno di lacrime. A passo svelto supera le auto ferme. Una Due Tre Quattro Il poliziotto le si para davanti. Dalla sinistra convinzione che legge negli occhi di ghiaccio capisce che deva farla passare. Non avrebbe potuto altrimenti. Ancora una macchina, di traverso, proprio come la giornata, proprio come i raggi del sole che trafiggono sicuri la coltre passiva del bosco. Sul ciglio una carcassa di moto, giù per il basso fossato un casco giallo. Nella testa una canzone triste. " E lui, dov'è?" Una chiazza scura, due ali d'argento, un cinguettio lontano.

giovedì 2 aprile 2009

C'è Tempo



Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che, ... hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte

e un altro di giorno teso

come un lino a sventolare.

C'è un tempo negato e uno segreto

un tempo distante che è roba degli altri

un momento che era meglio partire

e quella volta che noi due era meglio parlarci.


C'è un tempo perfetto per fare silenzio

guardare il passaggio del sole d'estate

e saper raccontare ai nostri bambini
quando
è l'ora muta delle fate.

C'è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato

e c'era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende

perché c'è tempo, c'è tempo c'è tempo,
c'è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è propr
io tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz'ora sono qui arruffato

dentro una sala d'aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me della mia vita
non essere gelosa di me
, non essere mai gelosa di me.

C'è un tempo d'aspetto, come dicevo,

qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato

e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata la sua fotografia.

C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle

l'istante in cui scocca l'unica freccia

che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno
che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti

che sarà benedetto,
io credo
da molto lontano

è il tempo che è finalmente

o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te, nuovamente

mano alla mano

che buffi saremo

se non ci avranno nemmeno
avvisato.

Dicono che c'è un tempo per seminare

e uno più lungo per aspet
tare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare

Ivano Fossati

giovedì 26 marzo 2009

Dormi ancora

Sono passato a trovarti.
Era l'alba.
Dormivi ancora.

Eri tutto quello che avevo, sei tutto quello che non ho.

Ancora buio.
Un accenno di rosa, laggiù, oltre la chiesa.
Il mercato si anima sonnacchioso.
Due, tre, furgoni che scaricano pesce.
La strada è umida.
Un cane, una padrona che fuma.

Corro da quattordici minuti e quarantotto secondi quando m'accorgo del mare.

Il frastuono nasce alla mia sinistra e diventa musica suadente.
Un invito.
Scavalco appongiandomi con la mano e sono sulla sabbia molle.
Il respiro si fa subito corto.
La fatica sui polpacci.
Rallento.
La risacca spumosa, il sale nelle narici.

Dove sei?

Ti cerco, ma so che dormi ancora.

La massa indistinta e melodiosa ora è grigio in movimento.
L'orizzonte si colora lento.

venerdì 20 marzo 2009

Le parole

A volte
Si scrive amore
e si legge
oppressione
e
gelosia
e produce
rabbia
e
rancore...

A volte
Si scrive amore
e si legge
tristezza
e
solitudine
e
dolore...

venerdì 13 marzo 2009

Vero?


L'ascensore rantola, sale piano, ma dal tono al massimo arriva al quarto.
Una sola volta è arrivato fino al quinto ma avevo sentito chiaramente il clangore delle chiavi sull'inferriata della vicina che esce. Quella del cane che ora non cessa di abbaiare ai muri e ai rumori e alle speranze: che ritorni presto, che gli dia da mangiare.
Situazione identica.
Mamma è dovuta scendere per forza.
Un pò di spesa e la ricetta e le medicine. Io ho la febbre alta, forse sono orecchioni.
E' la prima volta che resto a casa da solo e ripasso muovendo le labbra le istruzioni:
torno prestissimo,
ti compro il nesquiq così rifai colazione,
cerca di dormire,
leggiamo insieme il giornale.

La mia stanza era l'ingresso che dà sul salone. Tre metri per due di spifferi sibilanti d'inverno, un caldo opprimente delle estati senza finestra.
Appoggia sulla tromba dell'ascensore e con le spalle al muro sento la vita della scala. La signora Paradisi che scende i quattro piani a piedi, claustrofobica, animando il corrimano di improperi verso la figlia spendacciona ed iperprofumata.
Il portone che si spalanca pesante e si richiude con forza sospinto dalla corrente; il gracchìo dei citofoni, ragazzi che distribuiscono pubblicità, postini che danno raccomandate.

Mamma ancora non torna.
Ho la situazione sotto mano.
Scendo dalla schiena e mi metto sul fianco con la faccia al cassetto.
Calcolo la strada: dottoressa giù in fondo al viale dopo il semaforo, dopo la fontanella; primo piano, scale, attesa e ricette e ritorno.
Ancora semaforo, fontanella e bar all'angolo. A sinistra per il mercatino in piazzetta. Verdura pane latte bistecche e giornale. Una, due persone al massimo davanti a lei. E le merendine al latte.

Ed il the.

Gli occhi mi si gonfiano.
Resisto.
Devo, mi sforzo.
Penso alla gara di ieri.
Per tutta la sera papà mi ha preso in giro mentre mamma raccontava.
"Al via s'è tuffato come lui solo sa fare. Ha nuotato a lungo sott'acqua come nessuno della sua età sa fare. Poi velocemente ha respirato ed in breve ha staccato tutti. Nuotava che sembrava volare. A tre o quattro metri dal traguardo s'è fermato mentre l'istruttore mi guardava incredulo: s'è messo cavalcioni sulla corda coi galleggianti rossi che dividono la corsia. Aspettando che arrivassero i suoi amichetti, lenti, inadeguati, scaltri."

Penso e ripeto a bassa voce Mamma scusa, non lo sapevo che dovevo vincere, Mamma scusa non sapevo che cosa significasse vincere.
E stavolta non mi sforzo, piango. Mamma, dove sei?

Ecco che si riavvia l'ascensore: primo piano, secondo, terzo. Dai che ci siamo stavolta. Quarto e stop. Sarà Ida, la vicina di Marisa, che torna dall'orto.

Ora sono disperato. Comincio a piangere pesantemente e mi addormento.
E subito sogno.
Sento vivamente la sua mano sulla fronte, poi le labbra a sentir la febbre.
Mi riavvia i capelli e sento il profumo della sua pelle.
E' un sogno talmente vivido che mi pare di poter aprire gli occhi e sentire la sua voce dire "c'era fila dal dottore...".
"Metto a posto la spesa e a scaldare il latte, più tardi viene la dottoressa"

Mi convinco a battere sonno e pianto.
Apro gli occhi.
Mamma è accanto a me. La tazza calda sul comodino e la spremuta che sprigiona primavera.
"Mamma è sempre vicino a te..." Sorride.

Vero?

domenica 8 febbraio 2009

Mamma

...aveva una sola amica.
Si chiama Marisa ed abita al quarto piano, sotto di lei.
Sono amiche da 36 anni, ovvero da quando il Comune ha assegnato le case popolari.
Per anni noi non abbiamo avuto il telefono a casa, non potevamo permetterci l'allaccio.
Per anni ho chiamato lei che poi chiamava mamma. Il suo numero lo ricordo ancora a memoria, ovviamente.
Marisa è sempre stata una bella donna, gli occhi da gatta sul viso gentile.
Due figli, Massimiliano, come me, ed Elisabetta. Vittorio suo marito.
Da bambino mi piaceva un sacco e le guardavo sempre le mani.
Finchè non fumava.
Poi distoglievo lo sguardo.
Condivideva con mamma il vizio.
Un caffè, la focaccina, due chiacchere, la spesa.
Il fumo, purtroppo.
Voglio bene a Marisa, non come si vuole bene ad una mamma, ma le voglio bene.

Stanotte Matteo ha avuto la tosse. Non c'era verso di fargliela passare: latte caldo, levotuss, acqua, dormire nel lettone fra noi.
Ad un certo punto, mi sono alzato e rifugiato sul divano.
Ho preso sonno dopo un pò, ero stanco, troppo per resistere sveglio fino al mattino, fino al lavoro.

D'un tratto mi sveglia un rumore, come se qualcuno fosse inciampato nella scatola metallica dove Matteo ripone i personaggi, così come li chiama lui.
Ci mette i pirati di solito.
E' un rumore che mi fa scattare.
Accendo la luce in un secondo, è proprio dietro di me e la mano la trova automatica.
Mi guardo attorno.
Dico "Ale, sei te?"
Non c'è nessuno. Solo tanti giocattoli sparsi. Due libri per terra. Sul tappeto.
Alessia e Matteo dormono beati sul lettone. Matteo non tossisce. Sento il respiro dal naso congestionato.
Sono le 2.10. E' notte piena.

Volevo bene a Marisa.
L'ho incontrata dieci giorni fa, più o meno.

Da stamattina alle cinque Marisa fuma di nuovo le sigarette con mamma.
Ora si fanno la focaccia e parlano fra loro prima di uscire a fare la spesa.

mercoledì 4 febbraio 2009

Cosa





...ti aspetti ch'io scriva?
Non ho più parole.
Prosciugato, annaspo in terra.
Ne ho in bocca il sapore.
Che m'impasta la lingua.
E più sputo e più riempie gli spazi.
Non ho più parole, non so pensare, non so vedere, non so dire.
Non lo senti?
...

domenica 11 gennaio 2009

Le passanti - Antoine Paul


Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non v'era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l'hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l'unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano

A quelle che sono già prese
e che vivono delle ore deluse
con un uomo orami troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino

Ma se la vita smette di aiutarati
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occadioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

musica - F. DeAndrè

mercoledì 24 dicembre 2008


Sarà un bellissimo natale.
Di lucine intermittenti e strette di mano.
Bacetti sulla guancia,
barbe rasate,
dopobarba e colonie prezzate.

Di regali dell'ultimo momento,
di libri incartati e richiesti,
di ciondoli che si muovono come gambe nervose,di attese che manca il respiro.

Sarà il solito bellissimo natale.
Di gente che corre,
frenesia riflessa nelle vetrine.
Delle solite cose che mancano e te ne rammenti solo aprendo la credenza.

Di occhi senza macchia che non conoscono tristezza
che si rallegrano ad ogni scampanellìo.
Porta che si apre, sorriso che entra.

Porta che si apre.Lui che sorriderà aspettando che le arance si trasformino.
Io che morirò minuto dopo minuto.
Quando sarà ineluttabile che non verrò ad aprirti la porta.
Quando piangerò senza vergogna ma celandomi doverosamente.
Quando saremo tutti seduti.
Calici che tintinnano.
Tovaglia quella buona.
Candele profumate.
Io ti cercherò comunque.

Sarà un bellissimo natale.
I doni ammassati sotto l'albero.
Soliti film conosciuti a memoria o canzoni che girano dolci.
Noci schiacciate solo per golosità, una contro l'altra.
Bicchieri svuotati e notizie di seconda mano.

Sarà la solita sorpresa del ritmico alternarsi di piatti.

Io ti cercherò tra le pieghe del divano,
nelle tasche dei jeans,
dietro lo stelo della luce grande.
Io aspetterò un segnale,
un movimento inconsueto,
liberatorio,
un'immagine che rivela,
che forse, definitivamente, svela.
Io ti cercherò nella sua voce e penserò che mi siedi accanto,
o in grembo e che mi guardi silenziosa e tenera.
Come sempre.
Io ti cercherò nei riflessi inaspettati,
nelle pause necessarie.
Dio, come mi mancheranno i tuoi occhi,
quel verde scintillante che mi calmava come acque di laguna,
gioioso ed inquieto.
Dio, come mi mancheranno i tuoi occhi che erano sempre una parola buona,
un abbraccio sincero,
una via di fuga,
un punto certo,
un ritorno agognato.

Sarà un bellissimo natale.
Di attimi scanditi ed esclamazioni ed apprezzamenti.
Di grazie forzate o sentitamente sincere.
Di pensieri che volano via leggeri, rimandati.
Di cose da fare, programmare, cestinare, accantonare.

Non smetterò un solo istante di reclamarti, d'invocarti,
di maledirmi, di insultarmi,
di volerti bene,
di piangere.

giovedì 18 dicembre 2008

Averti fra le braccia - Tenco


Averti fra le braccia è un desiderio

che invano cerco di dimenticar

sentirti mia per sempre è come un sogno

e ovunque la tua immagine m’appar,

Sei per me la sola donna

e voglio amarti per l’eternità.

Risento come musica divina

la voce tua nel sussurrarmi "t'amo".

Averti fra le braccia è un desiderio

un sogno che in eterno resterà

ed il sogno sarà una dolce realtà

finché il nostro amore vivrà.

sabato 13 dicembre 2008

Il sugo è poco

Apro gli occhi. Le quattro e dieci.
Definitivamente mi alzo.
So già qual'è il mio posto.
Libro, orologio.
Telefonino che illumina il percorso ad ostacoli fra giocattoli e passeggino.
Divano e luce piccola.

Ritiro 150,00 euro e noto che cinquanta sono in pezzi da dieci.
Mi dice grazie, il solito grazie sospeso fra gratitudine e mortificazione.Direzione pizzeria.
Le ciambelline non ci sono quindi spende solo un euro per la pizza bianca a striscioline per Matteo.
Poi ci dividiamo: noi per via delle Baleniere verso casa, lei per via delle Gondole verso l'ultimo domani.
Il sorriso suo come un fotogramma, tatuato nella memoria, inchiostro eterno.
Guardo l'albero di Natale. Il libro l'ho appena terminato. Il giorno in più. Niente di che, anzi potevo farne a meno di frasi fatte e luoghi comuni.
Non so perchè l'albero di Natale mi pare bello solo illuminato.
Così, nella luce bianca della lampada, mi viene voglia di buttarlo giù a calci.
Mio padre insiste con l'oro del monte dei pegni.
Dice che ci deve essere in casa o perduta una polizza che vuole riscattare. Ne è certo perchè Flo gli ha detto che lunedì aveva dato a mamma 50 euro per rinnovarla.
...
Sono le sei della sera ed ormai ho paura ad uscire. Sono incazzato con Alessia perchè fa tardi ma non è colpa sua. Sono incazzato perchè mi costringo a fare una cosa che mi addolora.
Ma gli ho promesso che gli avrei portato la pizza bianca.Ho cucinato pure un pò di sugo all'amatriciana.
Ecco, poi dici che superi: cucinare è un attentato alla mia stabilità mentale.
Tutto quello che so fare l'ho appreso da lei.

Eccola.
Posso andare.
Prendo il sacchetto col sugo e un euro spiccio.

Non lo so, probabile che siano solo ripetute coincidenze, ma tutte le volte che vengo a casa sua trovo il portone accostato e l'ascensore aperto al piano.

Comincio a rovistare nei cassetti che un giorno furono miei alla ricerca di una cosa che nella mia testa non esiste.
Mio padre dice che se la sarà persa, e allora perchè non mi risparmi 'st'atrocità?
Mia madre non perdeva le cose.Primo cassetto a sinistra: dietro le vecchie cartoline buste da lettera piene di bollettini pagati, Findomestic o Santander, quand'eravamo poveri, ricordi Mamma? e prendevamo i soldi in prestito io e te...
Primo cassetto a sinistra: ci sono fogli che non conosco che nascondono un pacchetto.
Mi viene da urlare.
Invece scoppio a piangere.
I braccioli per il mare dei Gormiti.
Quelli per il viaggio che avrebbe pagato lei la prossima estate in Grecia.
Quelli per i primi tuffi nell'acqua alta di Matteo.

Mi fa notare che il sugo è poco. E ti pareva che andasse bene qualcosa.
Perchè bestemmi? Lo dice mentre già metto i piedi fuori di casa.
Perchè voglio mia madre.
Non lo capisce.
Non ci faccio caso ma l'ascensore è di nuovo aperto al piano.Caracollo verso l'uscita piangendo. E' un pianto disperato che spera di incrociare lo sguardo altrui: tutti devono sapere che voglio mia madre.

Mi lavo il viso come fanno i gattini con una lacrima d'acqua.
Piscio cercando di non cogliere il centro per evitare di svegliarli.
I pensieri più belli mi salgono quando faccio cose normali.
Mi sento bene quando loro dormono ed io sono sveglio vicino a loro.

Sono le sei e diciotto, posso uscire.La luna esplode dietro gli alberi, sopra l'edicola illuminata.
Mi domando se ha trovato il resto dei soldi di quel lunedì o se mamma s'è persa pure quelli...

sabato 6 dicembre 2008

Novembre, ti lascio.

La morte non è niente.Sono solo scivolato nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce,non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Che cos'è la morte, se non un accidente trascurabile ?Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.

venerdì 5 dicembre 2008

Ho sentito

Ho sentito:

ti mando un abbraccio
io sono qui
per qualunque cosa tu abbia bisogno sono qui
chiama se ti serve qualcosa

come è successo?
io l'ho incontrata stamani
stava bene...
al prossimo giro

la morte è una cosa naturale
cazzo, nun ce se pò crede

devi andare avanti
hai una famiglia, pensa a loro
devi essere forte
devi avere coraggio
trova la forza negli occhi di tuo figlio

la vita continua
show must go on

non ti buttare giù
cerca di dormire
cerca di mangiare
sei dimagrito

ed ora tuo padre?
c'è una stella in più in cielo
sta meglio lei adesso che noi qui
lei è sempre con te
lei ti è vicino
lei non vorrebbe vederti piangere

è diventata l'angelo custode di tuo figlio
se non c'è lei in paradiso vuol dire che non esiste paradiso
tu almeno le sei stato sempre vicino
avevo come dei flash in cui ti vedevo piangere

condoglianze
sappi che io ci sono
ti telefono
ti abbraccio

mercoledì 3 dicembre 2008

Stanotte


T'ho sognata stanotte.
Eravamo seduti su di un divano cremisi ed io piangevo.
Sommessamente.
Sulla tua spalla.
La televisione gracidava piano con luci e colori intermittenti.
Tu mi accarezzavi la mano mentre trattenevo singhiozzi.
Poi mi hai abbracciato.
Il profumo della tua pelle sulle mie guance.
Il morbido dei polpastrelli ad asciugare il dolore sulle palpebre, sugli zigomi, intorno alle labbra.
Dolcemente.
Ho baciato la tua guancia.
Uno, due, tre, quattro morbidi e piccoli baci.
Mi hai lasciato fare.
Poi la fronte e poi di nuovo la guancia.
Mi tenevi la mano.
Dolcemente.
La labbra socchiuse.
Hai detto no.
Mi hai abbracciato più forte.
Il profumo della tua pelle sul collo.
Il morbido dei polpastrelli a disegnare le labbra, il naso, gli occhi.
Uno, due, tre, quattro morbidi e piccoli baci.
Mi hai baciato la guancia.
E poi la fronte.
E poi gli occhi.
Ti tenevo le mani, forte.
Ti ho lasciato fare.
Le labbra socchiuse.
La stanza sembrava girare.
Tanti piccoli e timidi baci.

T'ho accarezzato il piede e detto che non era nulla.
Ti voglio bene.

lunedì 1 dicembre 2008

...

La mia sola consolazione, quando salivo per coricarmi, era che la mamma venisse a darmi un bacio non appena fossi stato a letto.
M. Proust

mercoledì 26 novembre 2008

addio Mamma,




seidentrodimecomesangueepulsiinmecomefossicuore.
Addio mia amata,
nonsonoriuscitoadartiilrespirochecercavi
nonsonoriuscitoaproteggerti
nonsonomairiuscitoadirticomequantotiamavo

Sappiadessochenonvivopiù
nonsentopiù
nonvedopiù
nonrespiro

Sonoarrivatotardimagiurochenonlosapevo
Avevoavutofreddotuttoilpomeriggio
Matteoerastatostranotuttalamattinaascuola
Manonlosapevo.

Mamma,nonpossosmetteredipiangere
.

sabato 15 novembre 2008

...


...se potessi amarti,
ti farei sentire sicura,
un poco alla volta,
perchè ascolterei il tuo cuore aver paura...
e solo allora chiederei ancora
il cuore
il tuo cuore,
tutto per me...

lunedì 20 ottobre 2008

La Linea ... II



Ricordo d'aver perso la cognizione del tempo e dello spazio. Potevano essere stati minuti, potevano essere ore.
Proseguivo in quell'atto d'esplorazione fanciullesca incoraggiato dalle ripetute scoperte: partire da un sentiero conosciuto, ritrovare impronte, scegliere
 direzioni ignote, perdermi, ritrovare alberi e foglie sfiorate, e alla fine, col sorriso dell'anima, trovarmi di nuovo con lei dentro di me.
La sensazione di stordimento leggero, una zattera traballante su flutti imponenti, aveva lasciato il passo alla coscienza: era divenuto un bacio solido e consapevole.
Le guardavo di rado gli occhi chiusi, preferivo abbandonarmi al sogno insieme, le palpebre dorate nella luce della sera imminente.
Ci sono attimi che amerai per sempre, situazioni, amori e ricordi che s'imprimono con positiva violenza attraverso la carne nelle ossa e si sciolgono nel sangue che scorrerà nelle tue vene.
Ci sono immagini che
 s'immortalano fra palpebra e iride e basta sempre così poco, un battito di ciglia, una fragranza di profumo,
 un alito di mare quando il vento soffia forte, per essere di nuovo reali da sfogliarle ancora.
Ci sono persone che basta sfiorare senza intenzione per sollevare conoscenza antica, sintonie eterne,
lacrime sotterranee.
Lei era.
Forse avrei dovuto piangere per lasciarmi vincere dalla felicità di queste note melodiose, musica
senza abitudine, come respirare in altura per la prima
 volta.
Con gli occhi chiusi vedevo il suo viso dolcemente sereno, adagiato
 tra il cuscino rosso porpora e le mie mani.  In contrasto di luce e forza con la sua bocca che non smetteva di mangiare,
 avidamente, labbra e denti, lingua e collo, pelle e cuore come fosse linfa di sopravvivenza, come se
 il bacio successivo dovesse essere l'ultimo. Come sostentamento.
A volte capitava di captare frammenti di parole, cinguettii veloci, ma non avevo tempo per cercare tempo: mi reclamava, nettare necessario.
Aprii le finestre di cotone dalle quali emergevano lembi 
di pelle attraverso solchi naturali sulla stoffa afferrando i bottoni ad uno a uno finchè il tramonto del sole non fu chiaro e folgorante. Avventure inebrianti si prospettavano all'orizzonte mentre piccoli mutamenti nei sussurri preannunciavano magie rare.
Presi a baciarle le isole gentili dei suoi seni circumnavigando le acque chiare della laguna.
La sua schiena fremeva sotto le mie mani alacri mentre lambivo delicatamente ogni punto intorno quasi in un gioco crudele.
Nel frattempo il velo
 silenzioso della sera oscurava le larghe finestre allungando ombre sulle pareti chiare.
S'inarcò, infilò le mani sotto la camicia e slacciò il reggiseno. Poi  lo sfilò con veloci mosse dalla manica.
Adesso, tra le rive del 
desiderio della camicia aperta, scorreva il fiume impetuoso del seno sodo.
Che non potevo vedere, che inseguivo sulla scia invisibile del profumo, che presi a baciare e leccare e stringere
 e carezzare, che mi annientò.
Mi prese la testa con entrambe le mani e sentii il calore dei suoi palmi: tremava.
Adagiò la bocca sulla sua e mi indicò il faro. Scivolai di nuovo sul suo petto. Girai la testa porgendo l'orecchio al cuore un istante. Tocchi e rintocchi magici.
Scivolai ancora spinto dalle mani che sapevano.
S'inarcò e rimase nuda rapidamente, rimase nuda ed indifesa.
Chiesi soccorso e le sue mani guidarono la mia bocca.
Fu un attimo, un tremolìo convulso, un fremito.
Sussultò e fu mia nella stessa misura in cui io ero suo.

lunedì 29 settembre 2008

La Linea ...


Mi dici di seguirla, porterà a stradine di montagna che costeggiano precipizi.
Intanto non riesco a togliere gli occhi dai tuoi.
Dolcemente felici di un momento agognato sperato rinunciato arrivato.
Ed ora che siamo vicini da scambiarci i respiri 
sorridiamo soltanto.
Sorrisi continui in attesa, sospesi, desideri e pensieri che s'intrecciano 
e sovrastano d'immobilità.
Silenzi intatti, cornici di sguardi.
Poi chiudi gli occhi togliendomi luce e ragione.
Sento la tua mano esplorare la mia guancia in una carezza delicata.
Un profumo sconosciuto m'investe le narici.
Chiudo gli occhi e lascio che il calore sciolga i nodi del cuore.
Mi tocchi piano con dita premurose, calcolate e attente.
Passi un dito sul contorno del naso, sulle finestre degli occhi, sul mento e sulle orecchie.
Poi mi accarezzi con la guancia mentre non respiro più.
Guancia contro guancia, guancia contro mento, guancia contro fronte, 
guancia sulle labbra, guancia sulle mani come un invito.
Non ho più aria e d'istinto apro gli occhi incontrando le palpebre chiuse, 
le mani alacri, il viso gentile assorto.
Eccola, la linea.
Intraprendo il sentiero timoroso, sento terreni ardui e molli sotto i piedi.
Colgo la via dei tre nei che portano verso la bocca sulla discesa della guancia.
Li sfioro come fiori di rugiada.
Dal bordo senza parapetto vedo il mare insinuarsi tumultuoso tra scogli neri 
che accettano acqua di spuma. 
Un vento leggero spira da nord spostando nuvole di panna montata.
Ti sono totalmente vicino che sento il cuore batterti dentro:
 lo confondo col mio. 
Capisco tardivamente cosa intendevi.
Le labbra s'uniscono in un unico movimento. Sai di buono, sai di morbido, sai di fragole. Poi si schiudono e perdo cognizione dei tempi, un leggero capogiro mi porta a baciarti tenendomi aggrappato a te, una mano dietro il collo, una sulla schiena. Torni ad esplorarmi mentro giaccio consumato da tanta bellezza, vorrei morire così, la tua lingua dappertutto, la tua anima sovrapposta e combaciante.
Sono minuti, sono attimi, sono eternità ma continuiamo a baciarci con metodica dolcezza, labbra e bocca e lingua invischiati dello stesso collante.
Ti accarezzo la schiena attraverso la camicia, mi baci il collo, le orecchie, il naso e la fronte ma di nuovo ti reclamo e sei di nuova dentro la mia bocca, sei di nuovo la mia bocca, la stessa lingua, le stesse scoperte, la stessa pioggia battente.

sabato 27 settembre 2008

Quante cose

Se fosse stato un passatempo.
Se fossero state gocce di noia.
Se fossero state parole senza storia trascinate come carta straccia da mulinelli di casualità.
Se solo una volta fosse stato un peso starti accanto.
Se mai m'avesse sfiorato il pensiero che le tue mani erano merce usata.

I tuoi occhi erano dolci e disperatamente tristi.
Le tue mani pallide e gentili.
Il tuo viso mi si imprimeva nel cuore come stampo indelebile .
La tua voce era melodia sontuosa.

Non seppi dirti cos'era.
Non seppi dirti cosa volevo.
Non seppi amarti.

Lasciai che il tempo sbrigasse le sue necessità.
Ti lasciai andar via come rugiada al primo sole senza provare.
A dirti di resistere, a dirti di guardarmi: nessun inganno, nessuna paura.
Non un abbraccio, non una parola d'addio, non un bacio gentile.
Col profumo delle tue mani sulle mie, sole, immobili, perse.

Quante volte ho visto il mare che amavamo insieme, raccolto conchiglie di speranza, nuotato acque di malinconia nell'attesa di una telefonata?

Quante cose non sapevo.

sabato 6 settembre 2008

Assenza

Se non ci sei non ci sono parole.
Se non ci sei non sorge il sole.
Se non ci sei non brilla il mare.
Quando non ci sei scompare la voglia di fare.
E non ha senso cercare.
Nessuna domanda.
Nessuna risposta desiderata.
Quando non ci sei io non penso.
Rimango soltanto in attesa.
Come un tramonto grigio.
Come un'alba buia.
Se non ci sei io non ci sono.

Un ricordo



Ti dicevo stamani del mio girovagare per quei siti che espongono racconti d'ogni genere. Gratuitamente. Per fortuna perchè pagare per esporre tante schifezze sarebbe assurdo...O forse no, gli autori dovrebbero davvero pagare...
L'arte non ha forma, lo scritto è solo un momento del cuore...
Comunque...
Ti dicevo che non trovavo nulla che mi colpisse, nulla d'interessante.
Poi, d'improvviso questo ho trovato, non chiedermi dove, e questo t'ho subito inviato.
M'è piaciuto e lo condivido con te.
A presto.






La camera è ampia e la luce la inonda esattamente a metà. Come il cuore spezzato esattamente a metà.
Segue le orme impercettibili sul parquet lucido fino alla doccia.
Attenta a non ferirsi i piedi nudi con le briciole di vetro dei suoi occhi in lacrime.
Lui non può vederla. S'appoggia alla porta, ferma a guardarlo mentre l'acqua accentua il ricordo.

La doccia è bollente ed il vetro s'appanna velocemente.
Lava via i pensieri tristi, si strofina le emozioni, rimuove la sofferenza: una faccia nuova con un sorriso nuovo. Ma il profumo rimane.

Poi di nuovo uno seduto di fronte all'altra, lei al centro del letto, le gambe incrociate, il pigiama infantile. Lui all'angolo, l'asciugamano in vita, goccioline di acqua sopravvissute, perle sulla fronte.

"Non dovresti portare mai gli occhiali."
"Non avrei dovuto mai vederti."
"Non cominciare...Dovevo conoscerti...", e si stende sul letto a faccia in giù. Arrabbiata.
Lui guarda le travi di legno sul soffitto cercando un appiglio che non trova. Poi si stende su di lei schiacciandola col peso di troppi pensieri.
Toccarla è dolore, sapere di averla e averla persa al contempo, è una lama infuocata che taglia il respiro.
Infila le mani sotto al pigiama e si àncora ai seni che sempre lo desiderano.
La tocca una volta di più nel profondo, in quell'anfratto solo loro tra cuore ed anima.
Fanno l'amore di nuovo senza ombra di sesso, poi si ritrovano abbracciati, lui seduto sulla poltrona rossa, lei seduta su di lui e dentro di lui.
Staccarsi è doloroso : un dolore nuovo e sottile, un dolore che a volte si chiama amore.

Vestiti, s'abbracciano di nuovo, per l'ultima volta, se lo giurano.
Poi lo segue andar via con lo sguardo che s'appanna, un tumulto di lacrime, una sensazione di vuoto, una vertigine insopprimibile.
Il rombo del motore, il casco indossato. Tra qualche minuto percorrerà la stessa strada, il medesimo asfalto fino all'incrocio della loro storia: direzioni diverse, semafori alterni. Il gioco della vita.

Non ha detto una parola, lui.
L'ha guardata soltanto, desiderandola con occhi di brace. Ha mascherato dietro le lenti specchiate il magone, ha nascosto il crampo riparato nel giubbotto antivento.

Senza pensieri, vuota e piena, felice e triste, ogni singola cosa ebbra anche del contrario, s'avvia alla macchina.
E' passata un'ora, per un'ora non ha potuto fare a meno di piangere. Ha preso la sua Nikon ed ha fotografato ogni dettaglio della camera.
Ora guida piano nel viale alberato. Si gira e saluta la villa con la testa.
Uno, due, tre chilometri lontana dal sogno. Uno -due - tre chilometri più vicina alla realtà.

In lontananza un lampo, un giro di luce azzurrognola uguale a se stesso.
Una volante della municipale di traverso blocca la carreggiata. Quattro auto davanti a lei.
Guarda lo specchietto retrovisore e si aggiusta il cuore.

Non pensa.
Non pensa.
Non pensa.
Alza il volume dello stereo.
"Desire...desire... desire..."
La vita è un rock duro.
La vita è una merda.
Non pensa.
Non pensa.
Non pensa.
Come un automa, apre la portiera.
Non aveva bisogno di pensare.
Non ha bisogno di lacrime.
A passo svelto supera le auto ferme.

Una
Due
Tre
Quattro

Il poliziotto le si para davanti.
Dalla sinistra convinzione che legge negli occhi di ghiaccio capisce che deva farla passare.
Non avrebbe potuto altrimenti.
Ancora una macchina, di traverso, proprio come la giornata, proprio come i raggi del sole che trafiggono sicuri la coltre passiva del bosco.
Sul ciglio una carcassa di moto, giù per il basso fossato un casco giallo.
Nella testa una canzone triste.
" E lui, dov'è?"
Una chiazza scura, due ali d'argento, un cinguettio lontano.

ARIA

Mi manca l'aria che respiravo attraverso di te.

Il nero della notte si disperde nei sentieri colorati d'argento.
Oltre l'oscuro, il mare partorisce un nuovo giorno ed ogni singolo filo di luce rosa mi ricorda quanto tu mi manchi.
Mi mancano quei baci piccoli di quando i corpi si uniscono: il sordo battito dei cuori diventati un solo respiro.

Mi manca il profumo dei freddi mattini d'inverno.

Mi mancano i tuoi occhi malandrini e quel tuo sguardo ebbro di desiderio.
Mi manca il brivido della tua pelle quando le mani mie gelate chiedono riparo.
Mi manca la dolce luna del tuo collo e quella bocca rossa d'amore che mi richiede.

Mi manchi come se fossi partita.
Come se m'avessi lasciato.
Come se non t'avessi mai conosciuta.
Mi manca la mano che mi tratteneva quando chiedevo di andare.
L'ultimo abbraccio che sempre ti negavo.

Mi manca l'aria che respiravo attraverso di te.