Sono passato a trovarti.
Era l'alba.
Dormivi ancora.
Eri tutto quello che avevo, sei tutto quello che non ho.
Ancora buio.
Un accenno di rosa, laggiù, oltre la chiesa.
Il mercato si anima sonnacchioso.
Due, tre, furgoni che scaricano pesce.
La strada è umida.
Un cane, una padrona che fuma.
Corro da quattordici minuti e quarantotto secondi quando m'accorgo del mare.
Il frastuono nasce alla mia sinistra e diventa musica suadente.
Un invito.
Scavalco appongiandomi con la mano e sono sulla sabbia molle.
Il respiro si fa subito corto.
La fatica sui polpacci.
Rallento.
La risacca spumosa, il sale nelle narici.
Dove sei?
Ti cerco, ma so che dormi ancora.
La massa indistinta e melodiosa ora è grigio in movimento.
L'orizzonte si colora lento.
...dev'esserci un'isola più a sud, un altro mare che nuota in altro blu...
giovedì 26 marzo 2009
venerdì 20 marzo 2009
Le parole
A volte
Si scrive amore
e si legge
oppressione
e
gelosia
e produce
rabbia
e
rancore...
A volte
Si scrive amore
e si legge
tristezza
e
solitudine
e
dolore...
venerdì 13 marzo 2009
Vero?
L'ascensore rantola, sale piano, ma dal tono al massimo arriva al quarto.
Una sola volta è arrivato fino al quinto ma avevo sentito chiaramente il clangore delle chiavi sull'inferriata della vicina che esce. Quella del cane che ora non cessa di abbaiare ai muri e ai rumori e alle speranze: che ritorni presto, che gli dia da mangiare.
Situazione identica.
Mamma è dovuta scendere per forza.
Un pò di spesa e la ricetta e le medicine. Io ho la febbre alta, forse sono orecchioni.
E' la prima volta che resto a casa da solo e ripasso muovendo le labbra le istruzioni:
torno prestissimo,
ti compro il nesquiq così rifai colazione,
cerca di dormire,
leggiamo insieme il giornale.
La mia stanza era l'ingresso che dà sul salone. Tre metri per due di spifferi sibilanti d'inverno, un caldo opprimente delle estati senza finestra.
Appoggia sulla tromba dell'ascensore e con le spalle al muro sento la vita della scala. La signora Paradisi che scende i quattro piani a piedi, claustrofobica, animando il corrimano di improperi verso la figlia spendacciona ed iperprofumata.
Il portone che si spalanca pesante e si richiude con forza sospinto dalla corrente; il gracchìo dei citofoni, ragazzi che distribuiscono pubblicità, postini che danno raccomandate.
Mamma ancora non torna.
Ho la situazione sotto mano.
Scendo dalla schiena e mi metto sul fianco con la faccia al cassetto.
Calcolo la strada: dottoressa giù in fondo al viale dopo il semaforo, dopo la fontanella; primo piano, scale, attesa e ricette e ritorno.
Ancora semaforo, fontanella e bar all'angolo. A sinistra per il mercatino in piazzetta. Verdura pane latte bistecche e giornale. Una, due persone al massimo davanti a lei. E le merendine al latte.
Ed il the.
Gli occhi mi si gonfiano.
Resisto.
Devo, mi sforzo.
Penso alla gara di ieri.
Per tutta la sera papà mi ha preso in giro mentre mamma raccontava.
"Al via s'è tuffato come lui solo sa fare. Ha nuotato a lungo sott'acqua come nessuno della sua età sa fare. Poi velocemente ha respirato ed in breve ha staccato tutti. Nuotava che sembrava volare. A tre o quattro metri dal traguardo s'è fermato mentre l'istruttore mi guardava incredulo: s'è messo cavalcioni sulla corda coi galleggianti rossi che dividono la corsia. Aspettando che arrivassero i suoi amichetti, lenti, inadeguati, scaltri."
Penso e ripeto a bassa voce Mamma scusa, non lo sapevo che dovevo vincere, Mamma scusa non sapevo che cosa significasse vincere.
E stavolta non mi sforzo, piango. Mamma, dove sei?
Ecco che si riavvia l'ascensore: primo piano, secondo, terzo. Dai che ci siamo stavolta. Quarto e stop. Sarà Ida, la vicina di Marisa, che torna dall'orto.
Ora sono disperato. Comincio a piangere pesantemente e mi addormento.
E subito sogno.
Sento vivamente la sua mano sulla fronte, poi le labbra a sentir la febbre.
Mi riavvia i capelli e sento il profumo della sua pelle.
E' un sogno talmente vivido che mi pare di poter aprire gli occhi e sentire la sua voce dire "c'era fila dal dottore...".
"Metto a posto la spesa e a scaldare il latte, più tardi viene la dottoressa"
Mi convinco a battere sonno e pianto.
Apro gli occhi.
Mamma è accanto a me. La tazza calda sul comodino e la spremuta che sprigiona primavera.
"Mamma è sempre vicino a te..." Sorride.
Vero?
Una sola volta è arrivato fino al quinto ma avevo sentito chiaramente il clangore delle chiavi sull'inferriata della vicina che esce. Quella del cane che ora non cessa di abbaiare ai muri e ai rumori e alle speranze: che ritorni presto, che gli dia da mangiare.
Situazione identica.
Mamma è dovuta scendere per forza.
Un pò di spesa e la ricetta e le medicine. Io ho la febbre alta, forse sono orecchioni.
E' la prima volta che resto a casa da solo e ripasso muovendo le labbra le istruzioni:
torno prestissimo,
ti compro il nesquiq così rifai colazione,
cerca di dormire,
leggiamo insieme il giornale.
La mia stanza era l'ingresso che dà sul salone. Tre metri per due di spifferi sibilanti d'inverno, un caldo opprimente delle estati senza finestra.
Appoggia sulla tromba dell'ascensore e con le spalle al muro sento la vita della scala. La signora Paradisi che scende i quattro piani a piedi, claustrofobica, animando il corrimano di improperi verso la figlia spendacciona ed iperprofumata.
Il portone che si spalanca pesante e si richiude con forza sospinto dalla corrente; il gracchìo dei citofoni, ragazzi che distribuiscono pubblicità, postini che danno raccomandate.
Mamma ancora non torna.
Ho la situazione sotto mano.
Scendo dalla schiena e mi metto sul fianco con la faccia al cassetto.
Calcolo la strada: dottoressa giù in fondo al viale dopo il semaforo, dopo la fontanella; primo piano, scale, attesa e ricette e ritorno.
Ancora semaforo, fontanella e bar all'angolo. A sinistra per il mercatino in piazzetta. Verdura pane latte bistecche e giornale. Una, due persone al massimo davanti a lei. E le merendine al latte.
Ed il the.
Gli occhi mi si gonfiano.
Resisto.
Devo, mi sforzo.
Penso alla gara di ieri.
Per tutta la sera papà mi ha preso in giro mentre mamma raccontava.
"Al via s'è tuffato come lui solo sa fare. Ha nuotato a lungo sott'acqua come nessuno della sua età sa fare. Poi velocemente ha respirato ed in breve ha staccato tutti. Nuotava che sembrava volare. A tre o quattro metri dal traguardo s'è fermato mentre l'istruttore mi guardava incredulo: s'è messo cavalcioni sulla corda coi galleggianti rossi che dividono la corsia. Aspettando che arrivassero i suoi amichetti, lenti, inadeguati, scaltri."
Penso e ripeto a bassa voce Mamma scusa, non lo sapevo che dovevo vincere, Mamma scusa non sapevo che cosa significasse vincere.
E stavolta non mi sforzo, piango. Mamma, dove sei?
Ecco che si riavvia l'ascensore: primo piano, secondo, terzo. Dai che ci siamo stavolta. Quarto e stop. Sarà Ida, la vicina di Marisa, che torna dall'orto.
Ora sono disperato. Comincio a piangere pesantemente e mi addormento.
E subito sogno.
Sento vivamente la sua mano sulla fronte, poi le labbra a sentir la febbre.
Mi riavvia i capelli e sento il profumo della sua pelle.
E' un sogno talmente vivido che mi pare di poter aprire gli occhi e sentire la sua voce dire "c'era fila dal dottore...".
"Metto a posto la spesa e a scaldare il latte, più tardi viene la dottoressa"
Mi convinco a battere sonno e pianto.
Apro gli occhi.
Mamma è accanto a me. La tazza calda sul comodino e la spremuta che sprigiona primavera.
"Mamma è sempre vicino a te..." Sorride.
Vero?
mercoledì 18 febbraio 2009
domenica 8 febbraio 2009
Mamma
...aveva una sola amica.
Si chiama Marisa ed abita al quarto piano, sotto di lei.
Sono amiche da 36 anni, ovvero da quando il Comune ha assegnato le case popolari.
Per anni noi non abbiamo avuto il telefono a casa, non potevamo permetterci l'allaccio.
Per anni ho chiamato lei che poi chiamava mamma. Il suo numero lo ricordo ancora a memoria, ovviamente.
Marisa è sempre stata una bella donna, gli occhi da gatta sul viso gentile.
Due figli, Massimiliano, come me, ed Elisabetta. Vittorio suo marito.
Da bambino mi piaceva un sacco e le guardavo sempre le mani.
Finchè non fumava.
Poi distoglievo lo sguardo.
Condivideva con mamma il vizio.
Un caffè, la focaccina, due chiacchere, la spesa.
Il fumo, purtroppo.
Voglio bene a Marisa, non come si vuole bene ad una mamma, ma le voglio bene.
Stanotte Matteo ha avuto la tosse. Non c'era verso di fargliela passare: latte caldo, levotuss, acqua, dormire nel lettone fra noi.
Ad un certo punto, mi sono alzato e rifugiato sul divano.
Ho preso sonno dopo un pò, ero stanco, troppo per resistere sveglio fino al mattino, fino al lavoro.
D'un tratto mi sveglia un rumore, come se qualcuno fosse inciampato nella scatola metallica dove Matteo ripone i personaggi, così come li chiama lui.
Ci mette i pirati di solito.
E' un rumore che mi fa scattare.
Accendo la luce in un secondo, è proprio dietro di me e la mano la trova automatica.
Mi guardo attorno.
Dico "Ale, sei te?"
Non c'è nessuno. Solo tanti giocattoli sparsi. Due libri per terra. Sul tappeto.
Alessia e Matteo dormono beati sul lettone. Matteo non tossisce. Sento il respiro dal naso congestionato.
Sono le 2.10. E' notte piena.
Volevo bene a Marisa.
L'ho incontrata dieci giorni fa, più o meno.
Da stamattina alle cinque Marisa fuma di nuovo le sigarette con mamma.
Ora si fanno la focaccia e parlano fra loro prima di uscire a fare la spesa.
Si chiama Marisa ed abita al quarto piano, sotto di lei.
Sono amiche da 36 anni, ovvero da quando il Comune ha assegnato le case popolari.
Per anni noi non abbiamo avuto il telefono a casa, non potevamo permetterci l'allaccio.
Per anni ho chiamato lei che poi chiamava mamma. Il suo numero lo ricordo ancora a memoria, ovviamente.
Marisa è sempre stata una bella donna, gli occhi da gatta sul viso gentile.
Due figli, Massimiliano, come me, ed Elisabetta. Vittorio suo marito.
Da bambino mi piaceva un sacco e le guardavo sempre le mani.
Finchè non fumava.
Poi distoglievo lo sguardo.
Condivideva con mamma il vizio.
Un caffè, la focaccina, due chiacchere, la spesa.
Il fumo, purtroppo.
Voglio bene a Marisa, non come si vuole bene ad una mamma, ma le voglio bene.
Stanotte Matteo ha avuto la tosse. Non c'era verso di fargliela passare: latte caldo, levotuss, acqua, dormire nel lettone fra noi.
Ad un certo punto, mi sono alzato e rifugiato sul divano.
Ho preso sonno dopo un pò, ero stanco, troppo per resistere sveglio fino al mattino, fino al lavoro.
D'un tratto mi sveglia un rumore, come se qualcuno fosse inciampato nella scatola metallica dove Matteo ripone i personaggi, così come li chiama lui.
Ci mette i pirati di solito.
E' un rumore che mi fa scattare.
Accendo la luce in un secondo, è proprio dietro di me e la mano la trova automatica.
Mi guardo attorno.
Dico "Ale, sei te?"
Non c'è nessuno. Solo tanti giocattoli sparsi. Due libri per terra. Sul tappeto.
Alessia e Matteo dormono beati sul lettone. Matteo non tossisce. Sento il respiro dal naso congestionato.
Sono le 2.10. E' notte piena.
Volevo bene a Marisa.
L'ho incontrata dieci giorni fa, più o meno.
Da stamattina alle cinque Marisa fuma di nuovo le sigarette con mamma.
Ora si fanno la focaccia e parlano fra loro prima di uscire a fare la spesa.
mercoledì 4 febbraio 2009
Cosa
...ti aspetti ch'io scriva?
Non ho più parole.
Prosciugato, annaspo in terra.
Ne ho in bocca il sapore.
Che m'impasta la lingua.
E più sputo e più riempie gli spazi.
Non ho più parole, non so pensare, non so vedere, non so dire.
Non lo senti?
...
...
domenica 25 gennaio 2009
domenica 11 gennaio 2009
Le passanti - Antoine Paul
Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non v'era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più
A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l'hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità
Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l'unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano
A quelle che sono già prese
e che vivono delle ore deluse
con un uomo orami troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato
Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino
Ma se la vita smette di aiutarati
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occadioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti
Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.
musica - F. DeAndrè
mercoledì 24 dicembre 2008
Sarà un bellissimo natale.
Di lucine intermittenti e strette di mano.
Bacetti sulla guancia,
barbe rasate,
dopobarba e colonie prezzate.
Di regali dell'ultimo momento,
di libri incartati e richiesti,
di ciondoli che si muovono come gambe nervose,di attese che manca il respiro.
Sarà il solito bellissimo natale.
Di gente che corre,
frenesia riflessa nelle vetrine.
Delle solite cose che mancano e te ne rammenti solo aprendo la credenza.
Di occhi senza macchia che non conoscono tristezza
che si rallegrano ad ogni scampanellìo.
Porta che si apre, sorriso che entra.
Porta che si apre.Lui che sorriderà aspettando che le arance si trasformino.
Io che morirò minuto dopo minuto.
Quando sarà ineluttabile che non verrò ad aprirti la porta.
Quando piangerò senza vergogna ma celandomi doverosamente.
Quando saremo tutti seduti.
Calici che tintinnano.
Tovaglia quella buona.
Candele profumate.
Io ti cercherò comunque.
Sarà un bellissimo natale.
I doni ammassati sotto l'albero.
Soliti film conosciuti a memoria o canzoni che girano dolci.
Di lucine intermittenti e strette di mano.
Bacetti sulla guancia,
barbe rasate,
dopobarba e colonie prezzate.
Di regali dell'ultimo momento,
di libri incartati e richiesti,
di ciondoli che si muovono come gambe nervose,di attese che manca il respiro.
Sarà il solito bellissimo natale.
Di gente che corre,
frenesia riflessa nelle vetrine.
Delle solite cose che mancano e te ne rammenti solo aprendo la credenza.
Di occhi senza macchia che non conoscono tristezza
che si rallegrano ad ogni scampanellìo.
Porta che si apre, sorriso che entra.
Porta che si apre.Lui che sorriderà aspettando che le arance si trasformino.
Io che morirò minuto dopo minuto.
Quando sarà ineluttabile che non verrò ad aprirti la porta.
Quando piangerò senza vergogna ma celandomi doverosamente.
Quando saremo tutti seduti.
Calici che tintinnano.
Tovaglia quella buona.
Candele profumate.
Io ti cercherò comunque.
Sarà un bellissimo natale.
I doni ammassati sotto l'albero.
Soliti film conosciuti a memoria o canzoni che girano dolci.
Noci schiacciate solo per golosità, una contro l'altra.
Bicchieri svuotati e notizie di seconda mano.
Sarà la solita sorpresa del ritmico alternarsi di piatti.
Io ti cercherò tra le pieghe del divano,
nelle tasche dei jeans,
dietro lo stelo della luce grande.
Io aspetterò un segnale,
un movimento inconsueto,
liberatorio,
un'immagine che rivela,
che forse, definitivamente, svela.
Io ti cercherò nella sua voce e penserò che mi siedi accanto,
o in grembo e che mi guardi silenziosa e tenera.
Come sempre.
Bicchieri svuotati e notizie di seconda mano.
Sarà la solita sorpresa del ritmico alternarsi di piatti.
Io ti cercherò tra le pieghe del divano,
nelle tasche dei jeans,
dietro lo stelo della luce grande.
Io aspetterò un segnale,
un movimento inconsueto,
liberatorio,
un'immagine che rivela,
che forse, definitivamente, svela.
Io ti cercherò nella sua voce e penserò che mi siedi accanto,
o in grembo e che mi guardi silenziosa e tenera.
Come sempre.
Io ti cercherò nei riflessi inaspettati,
nelle pause necessarie.
Dio, come mi mancheranno i tuoi occhi,
quel verde scintillante che mi calmava come acque di laguna,
gioioso ed inquieto.
Dio, come mi mancheranno i tuoi occhi che erano sempre una parola buona,
un abbraccio sincero,
una via di fuga,
un punto certo,
un ritorno agognato.
Sarà un bellissimo natale.
Di attimi scanditi ed esclamazioni ed apprezzamenti.
Di grazie forzate o sentitamente sincere.
Di pensieri che volano via leggeri, rimandati.
Di cose da fare, programmare, cestinare, accantonare.
Non smetterò un solo istante di reclamarti, d'invocarti,
di maledirmi, di insultarmi,
di volerti bene,
di piangere.
nelle pause necessarie.
Dio, come mi mancheranno i tuoi occhi,
quel verde scintillante che mi calmava come acque di laguna,
gioioso ed inquieto.
Dio, come mi mancheranno i tuoi occhi che erano sempre una parola buona,
un abbraccio sincero,
una via di fuga,
un punto certo,
un ritorno agognato.
Sarà un bellissimo natale.
Di attimi scanditi ed esclamazioni ed apprezzamenti.
Di grazie forzate o sentitamente sincere.
Di pensieri che volano via leggeri, rimandati.
Di cose da fare, programmare, cestinare, accantonare.
Non smetterò un solo istante di reclamarti, d'invocarti,
di maledirmi, di insultarmi,
di volerti bene,
di piangere.
giovedì 18 dicembre 2008
Averti fra le braccia - Tenco
Averti fra le braccia è un desiderio
che invano cerco di dimenticar
sentirti mia per sempre è come un sogno
e ovunque la tua immagine m’appar,
Sei per me la sola donna
e voglio amarti per l’eternità.
Risento come musica divina
la voce tua nel sussurrarmi "t'amo".
Averti fra le braccia è un desiderio
un sogno che in eterno resterà
ed il sogno sarà una dolce realtà
finché il nostro amore vivrà.
sabato 13 dicembre 2008
Il sugo è poco
Apro gli occhi. Le quattro e dieci.
Definitivamente mi alzo.
So già qual'è il mio posto.
Libro, orologio.
Telefonino che illumina il percorso ad ostacoli fra giocattoli e passeggino.
Divano e luce piccola.
Ritiro 150,00 euro e noto che cinquanta sono in pezzi da dieci.
Mi dice grazie, il solito grazie sospeso fra gratitudine e mortificazione.Direzione pizzeria.
Le ciambelline non ci sono quindi spende solo un euro per la pizza bianca a striscioline per Matteo.
Poi ci dividiamo: noi per via delle Baleniere verso casa, lei per via delle Gondole verso l'ultimo domani.
Il sorriso suo come un fotogramma, tatuato nella memoria, inchiostro eterno.
Guardo l'albero di Natale. Il libro l'ho appena terminato. Il giorno in più. Niente di che, anzi potevo farne a meno di frasi fatte e luoghi comuni.
Non so perchè l'albero di Natale mi pare bello solo illuminato.
Così, nella luce bianca della lampada, mi viene voglia di buttarlo giù a calci.
Mio padre insiste con l'oro del monte dei pegni.
Dice che ci deve essere in casa o perduta una polizza che vuole riscattare. Ne è certo perchè Flo gli ha detto che lunedì aveva dato a mamma 50 euro per rinnovarla.
...
Sono le sei della sera ed ormai ho paura ad uscire. Sono incazzato con Alessia perchè fa tardi ma non è colpa sua. Sono incazzato perchè mi costringo a fare una cosa che mi addolora.
Ma gli ho promesso che gli avrei portato la pizza bianca.Ho cucinato pure un pò di sugo all'amatriciana.
Ecco, poi dici che superi: cucinare è un attentato alla mia stabilità mentale.
Tutto quello che so fare l'ho appreso da lei.
Eccola.
Posso andare.
Prendo il sacchetto col sugo e un euro spiccio.
Non lo so, probabile che siano solo ripetute coincidenze, ma tutte le volte che vengo a casa sua trovo il portone accostato e l'ascensore aperto al piano.
Comincio a rovistare nei cassetti che un giorno furono miei alla ricerca di una cosa che nella mia testa non esiste.
Mio padre dice che se la sarà persa, e allora perchè non mi risparmi 'st'atrocità?
Mia madre non perdeva le cose.Primo cassetto a sinistra: dietro le vecchie cartoline buste da lettera piene di bollettini pagati, Findomestic o Santander, quand'eravamo poveri, ricordi Mamma? e prendevamo i soldi in prestito io e te...
Primo cassetto a sinistra: ci sono fogli che non conosco che nascondono un pacchetto.
Mi viene da urlare.
Invece scoppio a piangere.
I braccioli per il mare dei Gormiti.
Quelli per il viaggio che avrebbe pagato lei la prossima estate in Grecia.
Quelli per i primi tuffi nell'acqua alta di Matteo.
Mi fa notare che il sugo è poco. E ti pareva che andasse bene qualcosa.
Perchè bestemmi? Lo dice mentre già metto i piedi fuori di casa.
Perchè voglio mia madre.
Non lo capisce.
Non ci faccio caso ma l'ascensore è di nuovo aperto al piano.Caracollo verso l'uscita piangendo. E' un pianto disperato che spera di incrociare lo sguardo altrui: tutti devono sapere che voglio mia madre.
Mi lavo il viso come fanno i gattini con una lacrima d'acqua.
Piscio cercando di non cogliere il centro per evitare di svegliarli.
I pensieri più belli mi salgono quando faccio cose normali.
Mi sento bene quando loro dormono ed io sono sveglio vicino a loro.
Sono le sei e diciotto, posso uscire.La luna esplode dietro gli alberi, sopra l'edicola illuminata.
Mi domando se ha trovato il resto dei soldi di quel lunedì o se mamma s'è persa pure quelli...
Definitivamente mi alzo.
So già qual'è il mio posto.
Libro, orologio.
Telefonino che illumina il percorso ad ostacoli fra giocattoli e passeggino.
Divano e luce piccola.
Ritiro 150,00 euro e noto che cinquanta sono in pezzi da dieci.
Mi dice grazie, il solito grazie sospeso fra gratitudine e mortificazione.Direzione pizzeria.
Le ciambelline non ci sono quindi spende solo un euro per la pizza bianca a striscioline per Matteo.
Poi ci dividiamo: noi per via delle Baleniere verso casa, lei per via delle Gondole verso l'ultimo domani.
Il sorriso suo come un fotogramma, tatuato nella memoria, inchiostro eterno.
Guardo l'albero di Natale. Il libro l'ho appena terminato. Il giorno in più. Niente di che, anzi potevo farne a meno di frasi fatte e luoghi comuni.
Non so perchè l'albero di Natale mi pare bello solo illuminato.
Così, nella luce bianca della lampada, mi viene voglia di buttarlo giù a calci.
Mio padre insiste con l'oro del monte dei pegni.
Dice che ci deve essere in casa o perduta una polizza che vuole riscattare. Ne è certo perchè Flo gli ha detto che lunedì aveva dato a mamma 50 euro per rinnovarla.
...
Sono le sei della sera ed ormai ho paura ad uscire. Sono incazzato con Alessia perchè fa tardi ma non è colpa sua. Sono incazzato perchè mi costringo a fare una cosa che mi addolora.
Ma gli ho promesso che gli avrei portato la pizza bianca.Ho cucinato pure un pò di sugo all'amatriciana.
Ecco, poi dici che superi: cucinare è un attentato alla mia stabilità mentale.
Tutto quello che so fare l'ho appreso da lei.
Eccola.
Posso andare.
Prendo il sacchetto col sugo e un euro spiccio.
Non lo so, probabile che siano solo ripetute coincidenze, ma tutte le volte che vengo a casa sua trovo il portone accostato e l'ascensore aperto al piano.
Comincio a rovistare nei cassetti che un giorno furono miei alla ricerca di una cosa che nella mia testa non esiste.
Mio padre dice che se la sarà persa, e allora perchè non mi risparmi 'st'atrocità?
Mia madre non perdeva le cose.Primo cassetto a sinistra: dietro le vecchie cartoline buste da lettera piene di bollettini pagati, Findomestic o Santander, quand'eravamo poveri, ricordi Mamma? e prendevamo i soldi in prestito io e te...
Primo cassetto a sinistra: ci sono fogli che non conosco che nascondono un pacchetto.
Mi viene da urlare.
Invece scoppio a piangere.
I braccioli per il mare dei Gormiti.
Quelli per il viaggio che avrebbe pagato lei la prossima estate in Grecia.
Quelli per i primi tuffi nell'acqua alta di Matteo.
Mi fa notare che il sugo è poco. E ti pareva che andasse bene qualcosa.
Perchè bestemmi? Lo dice mentre già metto i piedi fuori di casa.
Perchè voglio mia madre.
Non lo capisce.
Non ci faccio caso ma l'ascensore è di nuovo aperto al piano.Caracollo verso l'uscita piangendo. E' un pianto disperato che spera di incrociare lo sguardo altrui: tutti devono sapere che voglio mia madre.
Mi lavo il viso come fanno i gattini con una lacrima d'acqua.
I pensieri più belli mi salgono quando faccio cose normali.
Mi sento bene quando loro dormono ed io sono sveglio vicino a loro.
Sono le sei e diciotto, posso uscire.La luna esplode dietro gli alberi, sopra l'edicola illuminata.
Mi domando se ha trovato il resto dei soldi di quel lunedì o se mamma s'è persa pure quelli...
sabato 6 dicembre 2008
Novembre, ti lascio.
La morte non è niente.Sono solo scivolato nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora. Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato. Non cambiare tono di voce,non assumere un’aria solenne o triste. Continua a ridere di quello che ci faceva ridere, di quelle piccole cose che tanto ci piacevano quando eravamo insieme. Prega, sorridi, pensami! Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima: pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza. La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto: è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza. Che cos'è la morte, se non un accidente trascurabile ?Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista? Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo. Rassicurati, va tutto bene. Ritroverai il mio cuore. Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami: il tuo sorriso è la mia pace.
venerdì 5 dicembre 2008
Ho sentito
Ho sentito:
ti mando un abbraccio
io sono qui
per qualunque cosa tu abbia bisogno sono qui
chiama se ti serve qualcosa
come è successo?
io l'ho incontrata stamani
stava bene...
al prossimo giro
la morte è una cosa naturale
cazzo, nun ce se pò crede
devi andare avanti
hai una famiglia, pensa a loro
devi essere forte
devi avere coraggio
trova la forza negli occhi di tuo figlio
la vita continua
show must go on
non ti buttare giù
cerca di dormire
cerca di mangiare
sei dimagrito
ed ora tuo padre?
c'è una stella in più in cielo
sta meglio lei adesso che noi qui
lei è sempre con te
lei ti è vicino
lei non vorrebbe vederti piangere
è diventata l'angelo custode di tuo figlio
se non c'è lei in paradiso vuol dire che non esiste paradiso
tu almeno le sei stato sempre vicino
avevo come dei flash in cui ti vedevo piangere
condoglianze
sappi che io ci sono
ti telefono
ti abbraccio
ti mando un abbraccio
io sono qui
per qualunque cosa tu abbia bisogno sono qui
chiama se ti serve qualcosa
come è successo?
io l'ho incontrata stamani
stava bene...
al prossimo giro
la morte è una cosa naturale
cazzo, nun ce se pò crede
devi andare avanti
hai una famiglia, pensa a loro
devi essere forte
devi avere coraggio
trova la forza negli occhi di tuo figlio
la vita continua
show must go on
non ti buttare giù
cerca di dormire
cerca di mangiare
sei dimagrito
ed ora tuo padre?
c'è una stella in più in cielo
sta meglio lei adesso che noi qui
lei è sempre con te
lei ti è vicino
lei non vorrebbe vederti piangere
è diventata l'angelo custode di tuo figlio
se non c'è lei in paradiso vuol dire che non esiste paradiso
tu almeno le sei stato sempre vicino
avevo come dei flash in cui ti vedevo piangere
condoglianze
sappi che io ci sono
ti telefono
ti abbraccio
mercoledì 3 dicembre 2008
Stanotte
T'ho sognata stanotte.
Eravamo seduti su di un divano cremisi ed io piangevo.
Sommessamente.
Sulla tua spalla.
La televisione gracidava piano con luci e colori intermittenti.
Tu mi accarezzavi la mano mentre trattenevo singhiozzi.
Poi mi hai abbracciato.
Il profumo della tua pelle sulle mie guance.
Il morbido dei polpastrelli ad asciugare il dolore sulle palpebre, sugli zigomi, intorno alle labbra.
Dolcemente.
Ho baciato la tua guancia.
Uno, due, tre, quattro morbidi e piccoli baci.
Mi hai lasciato fare.
Poi la fronte e poi di nuovo la guancia.
Mi tenevi la mano.
Dolcemente.
La labbra socchiuse.
Hai detto no.
Mi hai abbracciato più forte.
Il profumo della tua pelle sul collo.
Il morbido dei polpastrelli a disegnare le labbra, il naso, gli occhi.
Uno, due, tre, quattro morbidi e piccoli baci.
Mi hai baciato la guancia.
E poi la fronte.
E poi gli occhi.
Ti tenevo le mani, forte.
Ti ho lasciato fare.
Le labbra socchiuse.
La stanza sembrava girare.
Tanti piccoli e timidi baci.
T'ho accarezzato il piede e detto che non era nulla.
Ti voglio bene.
Eravamo seduti su di un divano cremisi ed io piangevo.
Sommessamente.
Sulla tua spalla.
La televisione gracidava piano con luci e colori intermittenti.
Tu mi accarezzavi la mano mentre trattenevo singhiozzi.
Poi mi hai abbracciato.
Il profumo della tua pelle sulle mie guance.
Il morbido dei polpastrelli ad asciugare il dolore sulle palpebre, sugli zigomi, intorno alle labbra.
Dolcemente.
Ho baciato la tua guancia.
Uno, due, tre, quattro morbidi e piccoli baci.
Mi hai lasciato fare.
Poi la fronte e poi di nuovo la guancia.
Mi tenevi la mano.
Dolcemente.
La labbra socchiuse.
Hai detto no.
Mi hai abbracciato più forte.
Il profumo della tua pelle sul collo.
Il morbido dei polpastrelli a disegnare le labbra, il naso, gli occhi.
Uno, due, tre, quattro morbidi e piccoli baci.
Mi hai baciato la guancia.
E poi la fronte.
E poi gli occhi.
Ti tenevo le mani, forte.
Ti ho lasciato fare.
Le labbra socchiuse.
La stanza sembrava girare.
Tanti piccoli e timidi baci.
T'ho accarezzato il piede e detto che non era nulla.
Ti voglio bene.
lunedì 1 dicembre 2008
...
La mia sola consolazione, quando salivo per coricarmi, era che la mamma venisse a darmi un bacio non appena fossi stato a letto.
M. Proustmercoledì 26 novembre 2008
addio Mamma,

seidentrodimecomesangueepulsiinmecomefossicuore.
Addio mia amata,
nonsonoriuscitoadartiilrespirochecercavi
nonsonoriuscitoaproteggerti
nonsonomairiuscitoadirticomequantotiamavo
Sappiadessochenonvivopiù
nonsentopiù
nonvedopiù
nonrespiro
Sonoarrivatotardimagiurochenonlosapevo
Avevoavutofreddotuttoilpomeriggio
Matteoerastatostranotuttalamattinaascuola
Manonlosapevo.
Mamma,nonpossosmetteredipiangere.
Addio mia amata,
nonsonoriuscitoadartiilrespirochecercavi
nonsonoriuscitoaproteggerti
nonsonomairiuscitoadirticomequantotiamavo
Sappiadessochenonvivopiù
nonsentopiù
nonvedopiù
nonrespiro
Sonoarrivatotardimagiurochenonlosapevo
Avevoavutofreddotuttoilpomeriggio
Matteoerastatostranotuttalamattinaascuola
Manonlosapevo.
Mamma,nonpossosmetteredipiangere.
sabato 15 novembre 2008
...
...se potessi amarti,
ti farei sentire sicura,
un poco alla volta,
perchè ascolterei il tuo cuore aver paura...
e solo allora chiederei ancora
il cuore
il tuo cuore,
tutto per me...
lunedì 10 novembre 2008
lunedì 20 ottobre 2008
La Linea ... II
Ricordo d'aver perso la cognizione del tempo e dello spazio. Potevano essere stati minuti, potevano essere ore.
Proseguivo in quell'atto d'esplorazione fanciullesca incoraggiato dalle ripetute scoperte: partire da un sentiero conosciuto, ritrovare impronte, scegliere
direzioni ignote, perdermi, ritrovare alberi e foglie sfiorate, e alla fine, col sorriso dell'anima, trovarmi di nuovo con lei dentro di me.
La sensazione di stordimento leggero, una zattera traballante su flutti imponenti, aveva lasciato il passo alla coscienza: era divenuto un bacio solido e consapevole.
Le guardavo di rado gli occhi chiusi, preferivo abbandonarmi al sogno insieme, le palpebre dorate nella luce della sera imminente.
Ci sono attimi che amerai per sempre, situazioni, amori e ricordi che s'imprimono con positiva violenza attraverso la carne nelle ossa e si sciolgono nel sangue che scorrerà nelle tue vene.
Ci sono immagini che
s'immortalano fra palpebra e iride e basta sempre così poco, un battito di ciglia, una fragranza di profumo,
un alito di mare quando il vento soffia forte, per essere di nuovo reali da sfogliarle ancora.
Ci sono persone che basta sfiorare senza intenzione per sollevare conoscenza antica, sintonie eterne,
lacrime sotterranee.
Lei era.
Forse avrei dovuto piangere per lasciarmi vincere dalla felicità di queste note melodiose, musica
senza abitudine, come respirare in altura per la prima
volta.
Con gli occhi chiusi vedevo il suo viso dolcemente sereno, adagiato
tra il cuscino rosso porpora e le mie mani. In contrasto di luce e forza con la sua bocca che non smetteva di mangiare,
avidamente, labbra e denti, lingua e collo, pelle e cuore come fosse linfa di sopravvivenza, come se
il bacio successivo dovesse essere l'ultimo. Come sostentamento.
A volte capitava di captare frammenti di parole, cinguettii veloci, ma non avevo tempo per cercare tempo: mi reclamava, nettare necessario.
Aprii le finestre di cotone dalle quali emergevano lembi
di pelle attraverso solchi naturali sulla stoffa afferrando i bottoni ad uno a uno finchè il tramonto del sole non fu chiaro e folgorante. Avventure inebrianti si prospettavano all'orizzonte mentre piccoli mutamenti nei sussurri preannunciavano magie rare.
Presi a baciarle le isole gentili dei suoi seni circumnavigando le acque chiare della laguna.
La sua schiena fremeva sotto le mie mani alacri mentre lambivo delicatamente ogni punto intorno quasi in un gioco crudele.
Nel frattempo il velo
silenzioso della sera oscurava le larghe finestre allungando ombre sulle pareti chiare.
S'inarcò, infilò le mani sotto la camicia e slacciò il reggiseno. Poi lo sfilò con veloci mosse dalla manica.
Adesso, tra le rive del
desiderio della camicia aperta, scorreva il fiume impetuoso del seno sodo.
Che non potevo vedere, che inseguivo sulla scia invisibile del profumo, che presi a baciare e leccare e stringere
e carezzare, che mi annientò.
Mi prese la testa con entrambe le mani e sentii il calore dei suoi palmi: tremava.
Adagiò la bocca sulla sua e mi indicò il faro. Scivolai di nuovo sul suo petto. Girai la testa porgendo l'orecchio al cuore un istante. Tocchi e rintocchi magici.
Scivolai ancora spinto dalle mani che sapevano.
S'inarcò e rimase nuda rapidamente, rimase nuda ed indifesa.
Chiesi soccorso e le sue mani guidarono la mia bocca.
Fu un attimo, un tremolìo convulso, un fremito.
Sussultò e fu mia nella stessa misura in cui io ero suo.
lunedì 29 settembre 2008
La Linea ...
Mi dici di seguirla, porterà a stradine di montagna che costeggiano precipizi.
Intanto non riesco a togliere gli occhi dai tuoi.
Dolcemente felici di un momento agognato sperato rinunciato arrivato.
Ed ora che siamo vicini da scambiarci i respiri
sorridiamo soltanto.
Sorrisi continui in attesa, sospesi, desideri e pensieri che s'intrecciano
e sovrastano d'immobilità.
Silenzi intatti, cornici di sguardi.
Poi chiudi gli occhi togliendomi luce e ragione.
Sento la tua mano esplorare la mia guancia in una carezza delicata.
Un profumo sconosciuto m'investe le narici.
Chiudo gli occhi e lascio che il calore sciolga i nodi del cuore.
Mi tocchi piano con dita premurose, calcolate e attente.
Passi un dito sul contorno del naso, sulle finestre degli occhi, sul mento e sulle orecchie.
Poi mi accarezzi con la guancia mentre non respiro più.
Guancia contro guancia, guancia contro mento, guancia contro fronte,
guancia sulle labbra, guancia sulle mani come un invito.
Non ho più aria e d'istinto apro gli occhi incontrando le palpebre chiuse,
le mani alacri, il viso gentile assorto.
Eccola, la linea.
Intraprendo il sentiero timoroso, sento terreni ardui e molli sotto i piedi.
Colgo la via dei tre nei che portano verso la bocca sulla discesa della guancia.
Li sfioro come fiori di rugiada.
Dal bordo senza parapetto vedo il mare insinuarsi tumultuoso tra scogli neri
che accettano acqua di spuma.
Un vento leggero spira da nord spostando nuvole di panna montata.
Ti sono totalmente vicino che sento il cuore batterti dentro:
lo confondo col mio.
Capisco tardivamente cosa intendevi.
Le labbra s'uniscono in un unico movimento. Sai di buono, sai di morbido, sai di fragole. Poi si schiudono e perdo cognizione dei tempi, un leggero capogiro mi porta a baciarti tenendomi aggrappato a te, una mano dietro il collo, una sulla schiena. Torni ad esplorarmi mentro giaccio consumato da tanta bellezza, vorrei morire così, la tua lingua dappertutto, la tua anima sovrapposta e combaciante.
Sono minuti, sono attimi, sono eternità ma continuiamo a baciarci con metodica dolcezza, labbra e bocca e lingua invischiati dello stesso collante.
Ti accarezzo la schiena attraverso la camicia, mi baci il collo, le orecchie, il naso e la fronte ma di nuovo ti reclamo e sei di nuova dentro la mia bocca, sei di nuovo la mia bocca, la stessa lingua, le stesse scoperte, la stessa pioggia battente.
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