mercoledì 26 novembre 2008

addio Mamma,




seidentrodimecomesangueepulsiinmecomefossicuore.
Addio mia amata,
nonsonoriuscitoadartiilrespirochecercavi
nonsonoriuscitoaproteggerti
nonsonomairiuscitoadirticomequantotiamavo

Sappiadessochenonvivopiù
nonsentopiù
nonvedopiù
nonrespiro

Sonoarrivatotardimagiurochenonlosapevo
Avevoavutofreddotuttoilpomeriggio
Matteoerastatostranotuttalamattinaascuola
Manonlosapevo.

Mamma,nonpossosmetteredipiangere
.

sabato 15 novembre 2008

...


...se potessi amarti,
ti farei sentire sicura,
un poco alla volta,
perchè ascolterei il tuo cuore aver paura...
e solo allora chiederei ancora
il cuore
il tuo cuore,
tutto per me...

lunedì 20 ottobre 2008

La Linea ... II



Ricordo d'aver perso la cognizione del tempo e dello spazio. Potevano essere stati minuti, potevano essere ore.
Proseguivo in quell'atto d'esplorazione fanciullesca incoraggiato dalle ripetute scoperte: partire da un sentiero conosciuto, ritrovare impronte, scegliere
 direzioni ignote, perdermi, ritrovare alberi e foglie sfiorate, e alla fine, col sorriso dell'anima, trovarmi di nuovo con lei dentro di me.
La sensazione di stordimento leggero, una zattera traballante su flutti imponenti, aveva lasciato il passo alla coscienza: era divenuto un bacio solido e consapevole.
Le guardavo di rado gli occhi chiusi, preferivo abbandonarmi al sogno insieme, le palpebre dorate nella luce della sera imminente.
Ci sono attimi che amerai per sempre, situazioni, amori e ricordi che s'imprimono con positiva violenza attraverso la carne nelle ossa e si sciolgono nel sangue che scorrerà nelle tue vene.
Ci sono immagini che
 s'immortalano fra palpebra e iride e basta sempre così poco, un battito di ciglia, una fragranza di profumo,
 un alito di mare quando il vento soffia forte, per essere di nuovo reali da sfogliarle ancora.
Ci sono persone che basta sfiorare senza intenzione per sollevare conoscenza antica, sintonie eterne,
lacrime sotterranee.
Lei era.
Forse avrei dovuto piangere per lasciarmi vincere dalla felicità di queste note melodiose, musica
senza abitudine, come respirare in altura per la prima
 volta.
Con gli occhi chiusi vedevo il suo viso dolcemente sereno, adagiato
 tra il cuscino rosso porpora e le mie mani.  In contrasto di luce e forza con la sua bocca che non smetteva di mangiare,
 avidamente, labbra e denti, lingua e collo, pelle e cuore come fosse linfa di sopravvivenza, come se
 il bacio successivo dovesse essere l'ultimo. Come sostentamento.
A volte capitava di captare frammenti di parole, cinguettii veloci, ma non avevo tempo per cercare tempo: mi reclamava, nettare necessario.
Aprii le finestre di cotone dalle quali emergevano lembi 
di pelle attraverso solchi naturali sulla stoffa afferrando i bottoni ad uno a uno finchè il tramonto del sole non fu chiaro e folgorante. Avventure inebrianti si prospettavano all'orizzonte mentre piccoli mutamenti nei sussurri preannunciavano magie rare.
Presi a baciarle le isole gentili dei suoi seni circumnavigando le acque chiare della laguna.
La sua schiena fremeva sotto le mie mani alacri mentre lambivo delicatamente ogni punto intorno quasi in un gioco crudele.
Nel frattempo il velo
 silenzioso della sera oscurava le larghe finestre allungando ombre sulle pareti chiare.
S'inarcò, infilò le mani sotto la camicia e slacciò il reggiseno. Poi  lo sfilò con veloci mosse dalla manica.
Adesso, tra le rive del 
desiderio della camicia aperta, scorreva il fiume impetuoso del seno sodo.
Che non potevo vedere, che inseguivo sulla scia invisibile del profumo, che presi a baciare e leccare e stringere
 e carezzare, che mi annientò.
Mi prese la testa con entrambe le mani e sentii il calore dei suoi palmi: tremava.
Adagiò la bocca sulla sua e mi indicò il faro. Scivolai di nuovo sul suo petto. Girai la testa porgendo l'orecchio al cuore un istante. Tocchi e rintocchi magici.
Scivolai ancora spinto dalle mani che sapevano.
S'inarcò e rimase nuda rapidamente, rimase nuda ed indifesa.
Chiesi soccorso e le sue mani guidarono la mia bocca.
Fu un attimo, un tremolìo convulso, un fremito.
Sussultò e fu mia nella stessa misura in cui io ero suo.

lunedì 29 settembre 2008

La Linea ...


Mi dici di seguirla, porterà a stradine di montagna che costeggiano precipizi.
Intanto non riesco a togliere gli occhi dai tuoi.
Dolcemente felici di un momento agognato sperato rinunciato arrivato.
Ed ora che siamo vicini da scambiarci i respiri 
sorridiamo soltanto.
Sorrisi continui in attesa, sospesi, desideri e pensieri che s'intrecciano 
e sovrastano d'immobilità.
Silenzi intatti, cornici di sguardi.
Poi chiudi gli occhi togliendomi luce e ragione.
Sento la tua mano esplorare la mia guancia in una carezza delicata.
Un profumo sconosciuto m'investe le narici.
Chiudo gli occhi e lascio che il calore sciolga i nodi del cuore.
Mi tocchi piano con dita premurose, calcolate e attente.
Passi un dito sul contorno del naso, sulle finestre degli occhi, sul mento e sulle orecchie.
Poi mi accarezzi con la guancia mentre non respiro più.
Guancia contro guancia, guancia contro mento, guancia contro fronte, 
guancia sulle labbra, guancia sulle mani come un invito.
Non ho più aria e d'istinto apro gli occhi incontrando le palpebre chiuse, 
le mani alacri, il viso gentile assorto.
Eccola, la linea.
Intraprendo il sentiero timoroso, sento terreni ardui e molli sotto i piedi.
Colgo la via dei tre nei che portano verso la bocca sulla discesa della guancia.
Li sfioro come fiori di rugiada.
Dal bordo senza parapetto vedo il mare insinuarsi tumultuoso tra scogli neri 
che accettano acqua di spuma. 
Un vento leggero spira da nord spostando nuvole di panna montata.
Ti sono totalmente vicino che sento il cuore batterti dentro:
 lo confondo col mio. 
Capisco tardivamente cosa intendevi.
Le labbra s'uniscono in un unico movimento. Sai di buono, sai di morbido, sai di fragole. Poi si schiudono e perdo cognizione dei tempi, un leggero capogiro mi porta a baciarti tenendomi aggrappato a te, una mano dietro il collo, una sulla schiena. Torni ad esplorarmi mentro giaccio consumato da tanta bellezza, vorrei morire così, la tua lingua dappertutto, la tua anima sovrapposta e combaciante.
Sono minuti, sono attimi, sono eternità ma continuiamo a baciarci con metodica dolcezza, labbra e bocca e lingua invischiati dello stesso collante.
Ti accarezzo la schiena attraverso la camicia, mi baci il collo, le orecchie, il naso e la fronte ma di nuovo ti reclamo e sei di nuova dentro la mia bocca, sei di nuovo la mia bocca, la stessa lingua, le stesse scoperte, la stessa pioggia battente.

sabato 27 settembre 2008

Quante cose

Se fosse stato un passatempo.
Se fossero state gocce di noia.
Se fossero state parole senza storia trascinate come carta straccia da mulinelli di casualità.
Se solo una volta fosse stato un peso starti accanto.
Se mai m'avesse sfiorato il pensiero che le tue mani erano merce usata.

I tuoi occhi erano dolci e disperatamente tristi.
Le tue mani pallide e gentili.
Il tuo viso mi si imprimeva nel cuore come stampo indelebile .
La tua voce era melodia sontuosa.

Non seppi dirti cos'era.
Non seppi dirti cosa volevo.
Non seppi amarti.

Lasciai che il tempo sbrigasse le sue necessità.
Ti lasciai andar via come rugiada al primo sole senza provare.
A dirti di resistere, a dirti di guardarmi: nessun inganno, nessuna paura.
Non un abbraccio, non una parola d'addio, non un bacio gentile.
Col profumo delle tue mani sulle mie, sole, immobili, perse.

Quante volte ho visto il mare che amavamo insieme, raccolto conchiglie di speranza, nuotato acque di malinconia nell'attesa di una telefonata?

Quante cose non sapevo.

sabato 6 settembre 2008

Assenza

Se non ci sei non ci sono parole.
Se non ci sei non sorge il sole.
Se non ci sei non brilla il mare.
Quando non ci sei scompare la voglia di fare.
E non ha senso cercare.
Nessuna domanda.
Nessuna risposta desiderata.
Quando non ci sei io non penso.
Rimango soltanto in attesa.
Come un tramonto grigio.
Come un'alba buia.
Se non ci sei io non ci sono.

Un ricordo



Ti dicevo stamani del mio girovagare per quei siti che espongono racconti d'ogni genere. Gratuitamente. Per fortuna perchè pagare per esporre tante schifezze sarebbe assurdo...O forse no, gli autori dovrebbero davvero pagare...
L'arte non ha forma, lo scritto è solo un momento del cuore...
Comunque...
Ti dicevo che non trovavo nulla che mi colpisse, nulla d'interessante.
Poi, d'improvviso questo ho trovato, non chiedermi dove, e questo t'ho subito inviato.
M'è piaciuto e lo condivido con te.
A presto.






La camera è ampia e la luce la inonda esattamente a metà. Come il cuore spezzato esattamente a metà.
Segue le orme impercettibili sul parquet lucido fino alla doccia.
Attenta a non ferirsi i piedi nudi con le briciole di vetro dei suoi occhi in lacrime.
Lui non può vederla. S'appoggia alla porta, ferma a guardarlo mentre l'acqua accentua il ricordo.

La doccia è bollente ed il vetro s'appanna velocemente.
Lava via i pensieri tristi, si strofina le emozioni, rimuove la sofferenza: una faccia nuova con un sorriso nuovo. Ma il profumo rimane.

Poi di nuovo uno seduto di fronte all'altra, lei al centro del letto, le gambe incrociate, il pigiama infantile. Lui all'angolo, l'asciugamano in vita, goccioline di acqua sopravvissute, perle sulla fronte.

"Non dovresti portare mai gli occhiali."
"Non avrei dovuto mai vederti."
"Non cominciare...Dovevo conoscerti...", e si stende sul letto a faccia in giù. Arrabbiata.
Lui guarda le travi di legno sul soffitto cercando un appiglio che non trova. Poi si stende su di lei schiacciandola col peso di troppi pensieri.
Toccarla è dolore, sapere di averla e averla persa al contempo, è una lama infuocata che taglia il respiro.
Infila le mani sotto al pigiama e si àncora ai seni che sempre lo desiderano.
La tocca una volta di più nel profondo, in quell'anfratto solo loro tra cuore ed anima.
Fanno l'amore di nuovo senza ombra di sesso, poi si ritrovano abbracciati, lui seduto sulla poltrona rossa, lei seduta su di lui e dentro di lui.
Staccarsi è doloroso : un dolore nuovo e sottile, un dolore che a volte si chiama amore.

Vestiti, s'abbracciano di nuovo, per l'ultima volta, se lo giurano.
Poi lo segue andar via con lo sguardo che s'appanna, un tumulto di lacrime, una sensazione di vuoto, una vertigine insopprimibile.
Il rombo del motore, il casco indossato. Tra qualche minuto percorrerà la stessa strada, il medesimo asfalto fino all'incrocio della loro storia: direzioni diverse, semafori alterni. Il gioco della vita.

Non ha detto una parola, lui.
L'ha guardata soltanto, desiderandola con occhi di brace. Ha mascherato dietro le lenti specchiate il magone, ha nascosto il crampo riparato nel giubbotto antivento.

Senza pensieri, vuota e piena, felice e triste, ogni singola cosa ebbra anche del contrario, s'avvia alla macchina.
E' passata un'ora, per un'ora non ha potuto fare a meno di piangere. Ha preso la sua Nikon ed ha fotografato ogni dettaglio della camera.
Ora guida piano nel viale alberato. Si gira e saluta la villa con la testa.
Uno, due, tre chilometri lontana dal sogno. Uno -due - tre chilometri più vicina alla realtà.

In lontananza un lampo, un giro di luce azzurrognola uguale a se stesso.
Una volante della municipale di traverso blocca la carreggiata. Quattro auto davanti a lei.
Guarda lo specchietto retrovisore e si aggiusta il cuore.

Non pensa.
Non pensa.
Non pensa.
Alza il volume dello stereo.
"Desire...desire... desire..."
La vita è un rock duro.
La vita è una merda.
Non pensa.
Non pensa.
Non pensa.
Come un automa, apre la portiera.
Non aveva bisogno di pensare.
Non ha bisogno di lacrime.
A passo svelto supera le auto ferme.

Una
Due
Tre
Quattro

Il poliziotto le si para davanti.
Dalla sinistra convinzione che legge negli occhi di ghiaccio capisce che deva farla passare.
Non avrebbe potuto altrimenti.
Ancora una macchina, di traverso, proprio come la giornata, proprio come i raggi del sole che trafiggono sicuri la coltre passiva del bosco.
Sul ciglio una carcassa di moto, giù per il basso fossato un casco giallo.
Nella testa una canzone triste.
" E lui, dov'è?"
Una chiazza scura, due ali d'argento, un cinguettio lontano.

ARIA

Mi manca l'aria che respiravo attraverso di te.

Il nero della notte si disperde nei sentieri colorati d'argento.
Oltre l'oscuro, il mare partorisce un nuovo giorno ed ogni singolo filo di luce rosa mi ricorda quanto tu mi manchi.
Mi mancano quei baci piccoli di quando i corpi si uniscono: il sordo battito dei cuori diventati un solo respiro.

Mi manca il profumo dei freddi mattini d'inverno.

Mi mancano i tuoi occhi malandrini e quel tuo sguardo ebbro di desiderio.
Mi manca il brivido della tua pelle quando le mani mie gelate chiedono riparo.
Mi manca la dolce luna del tuo collo e quella bocca rossa d'amore che mi richiede.

Mi manchi come se fossi partita.
Come se m'avessi lasciato.
Come se non t'avessi mai conosciuta.
Mi manca la mano che mi tratteneva quando chiedevo di andare.
L'ultimo abbraccio che sempre ti negavo.

Mi manca l'aria che respiravo attraverso di te.

domenica 24 agosto 2008

Mai letto?

Si presenta che sembra il vecchio professore di filosofia del liceo che prendevo perennemente per il culo. Ci faceva lezione leggendo il libro, non rispondeva mai a domande difficili.
Dice Donato, ho una prenotazione a mio nome; ma è solo intuito perchè non capisco un accidente. Il passaporto americano rivela il luogo natio, Monselice, Italia...
Poi fa una battuta su quanto faccia caldo:
un giorno ho detto ad un amico americano fa caldo e lui ha capito fuck Aldo...
Non gradisco e lavo il sorriso con una boccaccia.
E' un tipo stranuccio direi, una decina di centimetri più del bancone, fronte larga, e occhiali rotondi sugli occhi vispi. Un viso gioviale e limpido.
Vengo dal Midwest, prosegue - e l'italiano lo parlo sempre meno.
Coelum non animum mutant qui trans mare currunt, la butta lì e non capisco.
Arrovella la lingua sulle erre che sembrano esse, trascina le altre lettere in un miscuglio di lingue possedute, dimenticate, soprassedute e sempre vive.
Il Midwest è un concetto troppo vago, come è troppo - inversamente - forte la sensazione che sia un personaggio di spicco. Gente non facile da incontrare, gente che comunica il sapere col sorriso e mostrando di non sapere, sempre pronti ad imparare insegnando.
E non a caso cade sulla Grecia.
Noi saremo sempre, dico - la culla del sapere.
Perchè dice noi?
Terreno fertile.
Socrate, la maieutica, la certezza che nessuno mai avrà la possibilità d'arrivare dove i Greci pensarono.
Dio, il concetto di dio in mille religioni, l'Islam, le contraddizioni, le risposte.
Mi trascina in cose che non so e che vorrei sapere, viaggio per lande dove sono ignorante e lo guardo con occhi di sorpresa.
Potrebbe parlare per ore, magari in passato avrà tenuto conferenze e mirato sguardi dritti d' approvazione e stima.
Quando mi si nomina la Grecia...
E' un' emozione tutta mia, mi sento fiero, nuoto con gli occhi in quel mare d'amore, parlo con calore e partecipazione speciale, parlo...
Perché di solito non parlo.
Perché di solito trattengo.
Evito.
Lo incontro l'indomani alla partenza. O check out come precisa lui.
Dico grazie perchè non è facile incontrare personaggi come lei.
E per me che ad un certo punto ho smesso di progredire, che imparo solo leggendo, che spesso dimentico che non si conosce mai abbastanza, sapere che ci sono ancora persone come lei è un piacere.


Immodestamente mi prendo la briga di scriverti che ti faccio bene e come diceva quel pazzo della 405 di ieri che sciorinava detti latini a destra e a manca, è grazie alla maieutica tipicamente greca che ti faccio uscire quello che poi tu hai piacere di far uscire.
Il tipo della 405, tale Donato, stamani mi ha intrattenuto con delle storie fantastiche. Poi è partito, è tornato, e stringendomi la mano mi ha detto: "lei è una persona estremamente intelligente, che ha paura che la gente se ne accorga e quindi fa di tutto per nascondersi alla gente."
D'impatto ho chiesto se fosse l'ennesima parabola, mi ha risposto che stava parlando di me.
Grandioso.
L'avevo fermato, prima di pagare, ringraziandolo: "sa, lei è una persona che fa bene conoscere; perchè per i tipi come me ad un certo punto la conoscenza si ferma,non si ha più tempo per studiare. E allora diventa fonfamentale l'incontro che persone che sanno e che illuminano con la conoscenza."

Ad maiora.

giovedì 14 agosto 2008

Non Chiedermi, Non Chiederti


Non chiedermi cosa voglio da te,
non chiedermi cosa saprò darti.
Una poesia, un cuore in ascolto.
Una tasca vuota rovesciata.
Occhi per guardare insieme, verso lo stesso tramonto, nello stesso istante.
Occhiali per riposare, un libro vuoto da riempire.
Una storia, la nostra, la mia.
Non chiedermi cosa voglio da te perchè non so cosa posso darti.
Un letto di polvere, un filo di luce bianca.
...
Sono parole, spesso vuote, spesso assenti, pesanti se ci sono, leggere se ridiamo.

domenica 10 agosto 2008

Respiro


voglio baciarti le labbra calde trattenendole coi denti
voglio baciarti stringendoti il collo mentre la mia lingua cattura la tua
voglio afferrare i tuoi fianchi e portarli a me
poi dirigermi sui glutei frementi e incendiarti il pube con la mia presenza
voglio baciarti ogni centimetro della tua pelle per vendicare la tua assenza
voglio che torni
per non andare più
per dimenticare
voglio mangiarti